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I giovani e l’Italia, tanti i sussidi e pochi gli investimenti

di Friedrich Magnani

L’Italia non è un Paese per giovani. Argomento trito e ritrito. Ma è un emergenza a cui ci siamo assuefatti. Ora che l’Europa ha allentato la cinghia, l’Italia avrebbe un occasione più unica che rara, per investire sui giovani, sull’educazione, sulle eccellenze universitarie e sulla libera iniziativa. Gli ultimi provvedimenti, non sembrano andare in questa direzione. Tanti i sussidi, per chi ha già terminato gli studi e pochi gli investimenti. Certo, il covid ha cambiato tutto,  ma la questione resta più impellente che mai.

I giovani vengono visti come bocche da sfamare con redditi di sussistenza, non come un investimento futuro, e l’emorragia di laureati ci vede al podio in Europa, assieme alla Grecia. 182.000 espatriati in dieci anni, età media trent’anni, secondo l’Istat, nel rapporto Iscrizioni e cancellazioni anagrafiche. E la libera impresa giovanile? Men che meno. Sono quasi 600.000 le imprese giovanili in Italia, ma una su tre non supera i cinque anni di vita, secondo l’ultimo rapporto di Unioncamere. E le imprese giovanili che superano le pastoie burocratiche rimangono comunque, di taglia medio piccola. Nel 2019, il Regno Unito contava 28 startups con un valore che superava per ognuna il miliardo di dollari, la Francia undici, l’Italia zero.

immagine Pixist

Ma non sono solo i laureati o i giovani imprenditori a scappare. Tanti ragazzi imparano il mestiere arrivati all’estero, come Fabrizio, partito per la Svizzera francese diciotto anni fa, da Bianco, terra di n’drangheta calabrese.  Appena avuta la patente, è partito, senza certezze. Ora ha 36 anni, vive e lavora stabilmente, dopo molte esperienze e tanto apprendistato, con la consapevolezza, che un altro Paese, ha saputo premiare il suo sforzo meglio dell’Italia. Anche perché, a essere franchi, chi è laureato in Italia guadagna solo il 10% in più dei propri coetanei senza una laurea. In  Svizzera e Inghilterra invece il 35% in più e in Francia, il 45%.

Poi c’è il problema demografico. Essendoci poche nascite, se non vi sarà una sufficiente compensazione contributiva da parte di giovani immigrati, l’attuale sistema pensionistico e di welfare non sarà più sostenibile. Secondo l’Eurostat, per ogni persona in età pensionistica, in Italia, ce ne sono 2,8 in età lavorativa. La Francia e la Spagna ne hanno 3,3 e 3,4. Quindi chi pagherà le pensioni nel futuro? Per di più, secondo L’Ocse, la percentuale di immigrazione qualificata in Italia, è la più bassa del mondo (14% del totale). In testa svettano invece Canada, Australia e Regno Unito, con percentuali che vanno dal 50 al 70%. Immigrazione non qualificata, vuol dire precarietà e stipendi bassi, quindi, poche contribuzioni.

In altre parole, esportiamo gli italiani più educati e importiamo gli stranieri che hanno studiato meno. In Italia, mancano poi ingegneri, scienziati e matematici, tutte professionalità richieste da aziende alle prese con la trasformazione tecnologica. Il Bel Paese contribuisce al totale degli scienziati e degli ingegneri in Europa, con una quota del 6%, contro il 19% della Germania e il 20% del Regno Unito.

Infine, c’è il contesto economico mondiale, che non aiuta. La delocalizzazione delle fabbriche, perfino dei medicinali utili alla cura del covid, ha portato alla deindustralizzazione del mondo occidentale, che si è convertito in un mondo di consumatori. Questo ha causato un crollo degli investimenti produttivi e quindi, dell’occupazione. L’invecchiamento della popolazione ha poi comportato una crescita dei costi fissi (sanità, pensioni), pagato, con un aumento delle tasse. Più tasse, vuol dire meno consumi e quindi, sempre meno investimenti.

Soprattutto verso i giovani, come per l’Italia, dove per ogni euro speso nell’educazione, se ne spendono 3,5 in pensioni. E per ogni euro in università, se ne spendono 44 in pensioni, contro i 22 della Francia.

Per cui, attualmente, l’unico modo per sostenere la crescita del pil, non potendo più aumentare le imposte per il loro effetto contrattivo sui consumi, è quello di fare più debito. Il problema è farlo bene. E investire sui giovani, è un buon debito, come ha ricordato Mario Draghi, al recente Meeting di Rimini.

Secondo le sue parole, stando così le cose, i sussidi finiranno, resterà la mancanza di una qualificazione professionale, che potrà sacrificare, ai giovani, la loro libertà di scelta e il loro reddito futuri.

Relatore

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