“Il disastro economico con fallimenti aziendali e perdita di posti di lavoro porterà con sé un’impennata di malattie mentali, di depressioni, di invalidità per motivi psichici e di suicidi.”
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Riceviamo e pubblichiamo questo articolo come contributo all’immenso dibattito sul Coronavirus.
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I contagi salgono. E certa informazione, specie a sinistra, non perde occasione per fomentare l’isteria ed evocare (invocare) un secondo lockdown.
Lo scopo dell’esercizio è chiaro. Abituare i cittadini all’idea di un nuovo confinamento. E c’è già chi, magari con il posto garantito a vita nello Stato, nel parastato o nel sindacato, si immagina di chiudere in casa la gente per altri due mesi a guardare le serie su Netflix, mentre l’Ente pubblico, con i soldi del contribuente, paga gli stipendi di tutti. Non è così che funziona.
Adesso Berna pretende di scodellarci la nuova, illuminata pensata: il mini-lockdown di due settimane. Si tratta di una presa in giro. Perché non esiste alcun mini-lockdown. Chiudere è facile. Riaprire molto meno. Specie quando i contagi non sono a zero. Anche in marzo, la chiusura (più o meno) totale doveva durare una settimana, poi due, poi tre e alla fine siamo andati avanti per mesi, con le conseguenze tristemente note. O qualcuno si immagina che il Consiglio federale avrà il coraggio di decretare la fine del lockdown e le riaperture dopo quindici giorni, quando i contagi saranno giocoforza ancora alti?
Invece di continuare ad evocare scenari tanto drastici quanto impraticabili, contro i quali si è espresso perfino l’ex “Mr Coronavirus” Daniel Koch (ed è tutto dire!), si punti su quello che è fattibile. Senza – come ha giustamente dichiarato il “Ministro delle finanze” Ueli Maurer – lasciarsi prendere dall’isteria. E ricordandosi che le misure alle frontiere non sono un tabù; anzi. Libera circolazione delle persone uguale libera circolazione del virus. Almeno questo, lo scorso marzo dovremmo averlo imparato.
Lorenzo Quadri, consigliere nazionale, Lega dei Ticinesi
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Quadri ha torto su un punto; le misure alle frontiere SONO un tabù, qualunque esse siano.
Fu Berset ad annunciare in un intervista a metà settembre, a nome del Consiglio Federale, che le restrizioni e l'obbligo di quarantena non avrebbero riguardato le aree di frontiera (assurdità dal punto di vista del contenimento di un'epidemia), e questo per preservare la vita transfrontaliera e l'economia. Questo almeno finché si fosse riusciti a mantenere il controllo dell'epidemia e a far funzionare il tracciamento dei casi; quel controllo ora è stato in pratica perso da tempo, ma le restrizioni non si sono viste.
Fu sempre Berset ad andare su invito a Parigi, il 14 luglio scorso, e ad annunciare che per combattere l'epidemia le frontiere vanno superate.
Oggi se ne vedono le conseguenze; come a marzo, quando si poteva introdurre misure di controllo ai confini che avrebbero quantomeno rallentato l'esplodere dei casi non lo si è fatto, poi una volta esplosi si dichiara che sono inutili perché "il virus non si ferma alle frontiere". Ragionamento che i nostri vicini non hanno fatto, limitando anche i transiti internazionali, probabilmente perché perfettamente consapevoli del fatto che si, il virus non si ferma alle frontiere... visto che da solo neanche ci arriva...