ottobre 2015
“Universalità e sostenibilità”, questo il tema della Giornata dell’economia ticinese che si è svolta venerdì scorso al padiglione svizzero dell’Expo (mele e acqua, finite, sale e caffè). Al tavolo dei relatori: Sergio Ermotti, CEO di UBS, vedette della situazione (sarebbe il numero due solo se ci fosse Obama); Riccardo Braglia, CEO di Helsinn; Fabio Regazzi, presidente di AITI e consigliere nazionale; Giancarlo Kessler, ambasciatore svizzero a Roma, San Marino e Malta; Lino Terlizzi, moderatore, vice direttore del Corriere del Ticino.
Numerose e di peso le personalità notate nel pubblico: Claudio Generali, Paolo Beltraminelli, Rizzi, Albertoni, Citterio, Modenini, Piazzini, …
“Sostenibilità vuole anche dire consenso da parte della comunità locale, iniziative ecologiche, investimenti nel riciclaggio e nella mobilità sostenibile.”
“Tra ricerca del profitto e sostenibilità: un dibattito che spesso non trova riscontro nella pratica di molte grandi aziende.”
(Interpretiamo il Regazzi-pensiero – al di là del delicato eufemismo – come segue: le grandi aziende puntano al profitto. D’altra parte, come ha detto Ermotti, senza profitto… ecc.)
I maligni dicevano che Fallitalia l’Expo nemmeno sarebbe riuscita a farla. L’hanno fatta eccome. Veleggiano verso i 20 milioni di visitatori (sono a quota 17). È ben organizzata? Direi di sì. Non sembra neanche Italia (penso all’Italia dei cliché). È interessante? Sì, ma lo stress è notevole. Se avete fobia della folla, rinunciate, vi prego. La sicurezza è invisibile ma sono sicuro che c’è. Non può non esserci, e sarebbe interessante sapere com’è organizzata.
Il top (soggettivo) della sofferenza? Mangiare lì (se uno proprio vuole mangiare). Una visita normale dura parecchie ore, si sente il bisogno di sedersi, di godere un po’ di confort, non tutti sono come quei ragazzini delle elementari e delle medie, che vitali e disciplinati percorrono a plotoni il decumano. Ci sono in verità dei ristoranti, più o meno buoni, provvisti di servizio ai tavoli. Ma, se non siete abbastanza furbi da prenotare, lì non vi sederete mai. Restano… un fulmine di self service – ad esempio: 20 ristoranti regionali italiani – con tre o quattro piatti tipici da zero stelle, coltello e forchetta di plastica e via andare. C’è giustizia al mondo? In generale NO ma nel caso specifico il “pranzo” o la “cena” sono stati da me considerati una punizione per i miei numerosi (ma non molto gravi) peccati.
Scusate la divagazione.
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