Riflessioni intorno alle letture e ai dipinti
In occasione delle serate
Sentire l’Arte
a cura di
Gianmarco Gaspari
Professore di Letteratura italiana all’Università degli Studi dell’Insubria
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La sera del 4 ottobre eravamo in tribuna stampa ad assistere con occhi increduli alla solenne baruffa in Consiglio comunale. Ma alle nove meno cinque siamo scesi alla Galleria Canesso (sono solo pochi metri) per assistere – come sempre, siamo degli habitués – alla brillante e colta performance ideata dalla direttrice Chiara Naldi.
2016
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«Ce mauvais jeu qu’on appelle la vie»: sbaglia chi si stupisce che l’intrigante aforisma, che tutto inghiotte nella metafora del gioco, si debba a un maestro della moderna razionalità come Diderot. Il Settecento dell’Encyclopédie guarda al gioco come al miglior banco di prova delle teorie della probabilità, ne sviscera i rapporti di causa ed effetto, lo ama come massimo esaltatore delle passioni e per le stesse ragioni lo condanna. Il secolo che fa diventare gioco d’azzardo anche l’amore – c’è bisogno di ricordare Laclos e le sue Liaisons dangereuses? − , prima che la falce della Rivoluzione si precipiti ad azzerare il ricordo di quella «joie de vivre», si trova in realtà a essere erede di una riflessione plurisecolare. In cui l’Italia ebbe parte decisiva. Lo documentiamo con uno dei sonetti più celebri dell’“irregolare” Cecco Angiolieri, contemporaneo di Dante, che ci introduce alla sordida taverna degli avvinazzati e dei gaudenti dove si potrebbe pensare di incontrare, ma ormai in pieno Seicento, il giovane ingenuo e l’astuto vecchio dei Giocatori di morra di Pietro Ricchi. La luce di taglio che illumina la scena − in consonanza con l’insegnamento di Caravaggio e dei suoi epigoni francesi − dell’impietoso raggiro ai danni del giocatore inesperto, è la stessa scelta da Manzoni (un Manzoni che sappiamo ben attento alla pittura dei caravaggeschi) per l’osteria coeva dove va in scena l’abbrutimento del povero Fermo, nella prima redazione del romanzo. Alzerà troppo il gomito, Fermo, e dirà cose di cui avrà a breve modo di pentirsi: ma a condizionarlo, insieme con la sua ingenuità di montanaro, è anche quel clima sospeso, proprio degli “interni” più popolari, con il vocìo dei giocatori e il turbinare dei denari appena saccheggiati, «i quali se avessero potuto parlare, avrebbero detto probabilmente: questa mattina noi eravamo nella ciotola d’un fornajo».
In questa realtà al di fuori della legge (che pure la legge, per quanto può, tenta di regolare, come mostra l’editto romano del 1627, assai prossimo dunque alle vicende dei due promessi sposi), dove a prevalere è la sollecitazione del guadagno facile e della truffa, il gioco si mostra nel suo aspetto più crudele e drammatico: per chi vive alla giornata, e sottrae il denaro ai risparmi e alla famiglia, la posta è tutto, per bassa che sia. La speranza di vincere porta con sé il sogno di una vita diversa, assume il senso del riscatto e della redenzione del proprio destino, fino a diventare ossessione e malattia. Ieri come oggi, oggi che abbiamo un termine clinico come ludopatia per indicarne i percorsi estremi: e se ne fanno esempio il chiodo fisso per l’uscita alla roulette del numero 12 del «signore di Lugano» che attira l’ammirazione stupefatta di Mattia Pascal, nel romanzo di Pirandello, e il «gesto da pazzo», sintomo acclarato della coazione a ripetere, del Piatto piange di Chiara. La prima scena si svolge nelle sale di un elegante casinò d’inizio secolo, la seconda in uno scantinato della periferica Luino. Ma il gioco non fa distinzione di luoghi e di tempi. Notte e giorno, pace e guerra sono indifferenti alla ventura dei dadi e delle carte.
Promosso come occasione sociale, ma bocciato nella versione dell’azzardo, è il gioco nei consigli che Pietro Verri rivolge alla figlia Teresa, unendo amor paterno e buon senso illuministico. E tocca al fratello di Pietro, Alessandro, introdurci, con la sua descrizione del «gioco del ponte» di Pisa, alla dimensione corale del gioco, altro tratto tipicamente settecentesco, con quell’espressione così elegante dei valori della sociabilità e del viver civile che ritroviamo nel Gioco della palla a bracciale del modenese Antonio Joli.
Potremmo dirci paghi dell’ampio ventaglio che il solo Settecento offre alla ricerca dei corrispettivi letterari di questo formidabile tema figurativo: ma sarebbe un peccato non aggiungere all’elenco la raffinatissima descrizione del gioco degli scacchi che Giambattista Marino affida al canto XV dell’Adone, nel 1623, e che diverrà in breve tempo paradigma di ogni gioco che possa ambire a farsi «di guerra un simulacro vero»: anche della guerra che combatte il cuore. Né ci sentiremmo, per chiudere sullo stesso tema, di lasciar fuori da questa sintesi il Medio Evo pittorescamente troubadour di Giacosa e della sua Partita a scacchi, dove per una volta si affrontano nel gioco i livelli sociali che finora abbiamo visto mantenersi ben distinti: il nobile Renato che impegna nel gioco la mano della figlia e dunque l’onore della casata, il paggio Fernando che, come ci era dato prevedere, alza la posta al massimo che gli sia consentito: la vita.
Prof. Gianmarco Gaspari
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