Così la barca che sulle acque placide di un lago profondo, viene sospinta verso un’isola remota, circondata da rocce, che la proteggano e la astraggano dal mondo che l’attornia, da quel mondo che il navigatore s’appresta a lasciare, diviene simbolo dell’ignoto raggiungibile solo in un’altra vita, simbolo, per l’appunto, di quell’altrove vagheggiato al quale il traghettatore fa approdare le anime che quel mondo hanno lasciato.
E quel secolo, l’Ottocento, che si appresta a finire, forse altro non è che un mondo da lasciare, la cui pacata sfarzosa maestà, va scemando verso il grigiore del Novecento, e la cui quiete di quelle acque verdeazzurre sta per essere irrimediabilmente sconvolta dalle Guerre mondiali.
Che sia un mondo, che sia un’epoca, è tempo di lasciarla. Così come l’ineluttabile fine, anche la morte giunge per l’epopea.
Il tedesco Arnold Böcklin (1827-1901) che non abbandonò mai il suo sontuoso stile classicheggiante e diede vita a scene di incomparabile potenza evocativa, è il più celebre esponente del Simbolismo, movimento pittorico a mezza via fra l’esoterismo e il romanticismo, che, come una pergamena erosa dal tempo, pare voglia dirci qualcosa, lasciarci un messaggio, indecifrabilmente perduto, per la lontananza con l’epoca alla quale appartiene e per l’irremovibile voler del distruttore del passato: il Tempo.
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