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L’orrore nella base di Shura | da Maurizio Taiana

Dentisti e medici impegnati nei container frigo a riassemblare i corpi all’interno della base di Shura.

Imbocchiamo l’autostrada 20 da Tel Aviv, direzione sud. Sotto Holon vi è una biforcazione, poi la 431. Shura più che una base militare è un deposito.  Ghiaia, cemento magazzini per camion. Un grande parcheggio per la logistica. Una cosa a cui ogni cittadino che abbia fatto militare è abituato. Si arriva, si prende il veicolo, si va sul campo. 

Questa era la base di Shura fino a quel maledetto 7 ottobre.

L’alluvione di Al-Aqsa si abbatte su Be’eri, Netiv, Ofakim, Kfar Aza, per citare i luoghi più noti della tragedia. Quel 7 ottobre, la furia omicida di vecchi, giovani, militanti armati di fucili, badili, parapendii a motore e motocross trova sfogo alla frontiera della Striscia, e questo fiume di criminali incomincia la mattanza nei villaggi vicini.

Il risultato del 7 ottobre, il grande traguardo festeggiato con donne che regalano baklava (dolcetti di miele e pasta sfoglia) e più in generare arabi che ballano in strada si è tradotto in 1400 morti civili. 1400 kafir.

Ora Shura ospita dodici container frigo. Dentro ogni cella refrigerata ci sono dei sacchi. 

Non si è veramente sicuri sul numero di cadaveri presenti nei container. 

Si stima ci siano tra i 100 ed i 200 corpi ancora non identificati. Come è possibile? Medici, dentisti, volontari tentano di ricostruire i corpi martoriati. Monconi di donne bruciate, con tracce di DNA di uomini dentro le cavità – stupri – commentano gli operatori sanitari. Poi lo smembramento dei corpi in varie parti. I dentisti cercano di ricostruire l’identità dai denti. I medici cercano di accorpare i pezzi mancanti dei monconi. 

Principalmente arti, ma anche genitali, dita. Quello che resta. 

Alcuni corpi bruciati hanno posizioni attorcigliate. Questo succede perché a quelle persone è stato dato fuoco quando erano ancora vive.  

Ed ogni giorno, famiglie che telefonano per chiedere se hanno trovato il loro parente. Perché se è vero che in quei dodici container potrebbe esserci il loro caro, è anche vero che tra le mura di Gaza, si stima vi siano almeno 300 civili rapiti dal gruppo terroristico di Hamas. 

Fino a settimana scorsa era possibile identificare i corpi per i tatuaggi, per quello che restava del volto, cicatrici. Ora a distanza di due settimane non è più possibile. Ci si presenta con un campione di DNA.

Ed a volte, quelli più “fortunati” si escono con la certezza che il proprio caro non c’è più, e quindi non continua ad essere seviziato in uno scantinato di Gaza. 

Questa è la base di Shura.

M.P.T. 

  • Foto aerea
Relatore

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