“…Il processo artistico retrostante a questo lavoro è complesso: l’artista ci ha svelato i suoi segreti, con il sorriso di chi sa che un conto è dire la tecnica, un altro è tradurla in opera d’arte. Il primo passo è quello del dipingere il paesaggio di luce: pochi segni essenziali costituiscono il progetto della scultura da realizzare in vetro e neon: in scala 1:1, l’artista definisce le linee nei colori puri dei gialli e degli ocra, nello squillare dei rossi e nella quiete dei verdi, nel respiro del blu e del rosa. Tracciate su carta, le linee diventano la traccia da seguire per realizzare le cannule di vetro colorato nelle quali far scorrere il gas neon. L’artista compie tutte le tappe: seguendo il disegno, soffia il vetro – antico mestiere sempre più raro e prezioso – per ottenere tubi sottili da comporre in un plastico abbraccio, fondendoli e assemblandoli l’uno con l’altro. Ottenuta la scultura di vetro, questa è completata con l’immissione del gas neon nei gangli di vetro colorato; infine, viene inserita nella teca, destinata a
Il risultato è un’opera scultorea di raffinata bellezza, frutto di una grande ricerca estetica ma anche di una notevole maestria tecnica, aspetti sempre più rari nel panorama attuale, dove vige la regola che per fare scultura basta assemblare – o ammucchiare oggetti – in uno spazio, o ancora sperimentare materiali senza conoscerne le regole e le reazioni.
Il neon, carico della storia dell’arte tra XX e XXI secolo, si arricchisce nell’opera di Franco Gervasio di nuove potenzialità espressive: non evidenzia la frattura tra le parole e le cose, come nell’arte concettuale, né si inserisce nel dissidio tra il tempo della natura e quello dell’industria, tra mondo vegetale e animale e mondo tecnologico e produttivo, come nell’arte povera; non è luce che diventa ambiente o definisce lo spazio” – dice Ilaria Bignotti, storico dell’arte, critico e curatore indipendente.
arch. Maria Duborkina
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