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La Battaglia di Legnano, non soltanto storia, ma simbolo eterno di libertà

29 maggio 1176

Battaglia storica e simbolo della vittoria della libertà contro l’oppressore, è forse il combattimento che ebbe più fortuna nell’universo culturale romantico e non solo. Già nel XIV secolo il cronista Fiamma ne parla con fervore esaltando la figura di Alberto da Giussano, il condottiero, destinato poi ad entrare nella leggenda, che, a capo della Compagnia della Morte, tenne testa alle truppe imperiali.

Giovanni Berchet la immortalò nella sua triologia di canzoni, Giuseppe Verdi la celebrò nell’omonima opera dal felicissimo esito, al quale contribuì il librettista Salvatore Cammarano; poi Giosuè Carducci col suo genio patriottico; ma soprattutto i Visconti e gli Sforza, che già dal XV sec. non persero occasione d’ornare le alte sale dei loro superbi manieri con affreschi recanti il simbolo della battaglia: il Carroccio. Carro militare e religioso, forse chiave vincente della battaglia, dotato anche di una campana per la messa, viene raffigurato attorniato da angeli vittoriosi che suonano la tromba, recando la storica bandiera Lombarda, con la croce rossa di San Giorgio in campo bianco. Da quel carro, i contadini che quel 29 maggio fecero la storia, si sporsero con le loro rudimentali armi: asce, picche, falci e, con esse, sconfissero la cavalleria imperiale. Quel giorno la croce rossa trionfò sulla nera aquila imperiale in campo giallo. Per ironia della sorte, quasi tre secoli dopo, la stessa aquila sarebbe stata inglobata nello stemma Sforziade per l’alleanza tra Francesco Sforza (i cui domini si estendevano fino alla Svizzera) e l’Imperatore d’Asburgo. Ma questa è un’altra storia.
Quel giorno, infatti, a Legnano, non solo si scrisse il destino dei liberi comuni, (la cui vittoria mutò per sempre il corso della storia) ma si sancì anche il mito di libertà, che tutti i popoli, in fondo, portano orgogliosamente custodito nella loro memoria.
Il Popolo che si ribella all’oppressore. I contadini autoctoni che combattono i cavalieri stranieri. Il giovane condottiero contro l’imperatore.
Storia che divenne leggenda, leggenda che divenne propaganda (talvolta travisandone il vero significato storico, ma dopotutto questo è il destino d’ogni battaglia divenuta mito), leggenda che torna ad esser storia.
In seguito alla battaglia, l’Imperatore fuggì e in molti, tra i quali la sua giovane consorte Beatrice, lo credettero morto. Riapparse solo tre giorni dopo esser stato nascosto nei boschi lombardi, e la sua breve dipartita, forse dettata dal timore del disonore, rimane ancor oggi un mistero. Dopo la vittoria della Lega Lombarda, fondata nove anni prima col Giuramento di Pontida, l’Imperatore comprese l’impossibilità della restaurazione imperiale (che comportava una pesante ed opprimente fiscalità) e l’ormai inaugurata strada dell’autonomia dei Liberi Comuni. E nonostante la futura vittoria del suo successore, Federico II, la Lega Lombarda non avrebbe più conosciuto vere sconfitte. L’evolversi dei Liberi Comuni avrebbe condotto alla formazione dei fiorenti ducati e signorie dalla variegata identità.
La libertà era stata conquistata. Con essa i combattenti di Legnano avevano ottenuto quel futuro che per noi, oggi, è glorioso passato.

Chantal Fantuzzi

Relatore

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