Santa Liliane da Viganello
OnlyFans ha recentemente conquistato il primato mondiale per fatturato medio per dipendente: ben 37,6 milioni di dollari, una cifra che oscura giganti della Silicon Valley come Nvidia (3,6 milioni) e persino Apple (2,4 milioni). Numeri impressionanti, dietro i quali si cela però un paradosso profondo e inquietante: il trionfo dell’economia digitale del corpo non è il segno di progresso, ma piuttosto il riflesso di una crisi culturale e spirituale che si è fatta sistema.
La piattaforma ha superato il miliardo di dollari di ricavi e ha garantito 403 milioni di guadagno al suo proprietario, Leonid Radvinsky: cifre che in euro sono pari a 370 milioni. L’azienda ha 51 dipendenti.
OnlyFans non è un colosso tecnologico nel senso classico del termine. Non produce innovazione scientifica, non esplora lo spazio né rivoluziona la sanità. Offre invece una piattaforma in cui chiunque può vendere contenuti erotici o pornografici, in un mercato globale della solitudine e del desiderio. È l’industria dell’intimità simulata, del piacere a pagamento, della relazione che non è relazione ma consumo. Gli esseri umani sono ridotti a merce e la ricchezza dell’azienda è frutto della decadenza morale dei nostri tempi.
La smisurata redditività di Onlifans non è tanto un trionfo imprenditoriale quanto il sintomo avanzato di una malattia dell’anima occidentale.
Come siamo arrivati a questo punto? La risposta non si trova solo nell’evoluzione tecnologica, ma anche – e forse soprattutto – in una progressiva perdita di visione antropologica e spirituale. In particolare, la dissoluzione del sacramento del matrimonio cristiano ha avuto effetti devastanti sulla capacità umana di vivere la relazione come dono, fedeltà, pazienza, sacrificio e comunione.
L’emancipazione sessuale, celebrata come libertà, ha invece prodotto una nuova forma di schiavitù: la sessualità slegata da ogni vincolo, svincolata dal mistero del corpo come luogo dell’incontro e del patto, è diventata merce. E quando tutto diventa disponibile, nulla ha più valore. Ciò che doveva renderci liberi ci ha resi più soli, più fragili, più dipendenti da stimoli artificiali, filtrati da uno schermo.
Il corpo, una volta linguaggio di un amore incarnato e fedele, è oggi esibito, mercificato, consumato, in una parodia digitale del vero incontro. La tecnologia, che avrebbe potuto servire l’amore, ha finito per surrogarlo. Invece di potenziare la comunione, l’ha sostituita con la connessione.
Solo in un’epoca in cui le relazioni vere fanno paura, può prosperare un modello economico in cui milioni di uomini e donne pagano per sentirsi desiderati, guardati, accarezzati virtualmente. Ma l’anima resta deserta, perché nessun algoritmo potrà mai sostituire uno sguardo reale, né un abbraccio potrà mai essere simulato senza lasciare lacerazioni invisibili.
Il successo di OnlyFans è un dato economico. Ma è anche un indicatore spirituale, come il termometro che misura la febbre di una civiltà. E questa febbre ha un nome: desiderio senza amore, libertà senza verità, corpo senza spirito.
Recuperare il significato profondo del matrimonio cristiano, inteso non solo come istituzione ma come sacramento della fedeltà illuminato da Dio, della relazione e della reciprocità, non è dunque un atto nostalgico, ma una necessità antropologica. Perché senza una visione alta dell’uomo e della donna, la sessualità diventa piacere lussurioso e degradante, anzichè percorso sacro da vivere nella coppia benedetta dall’amore. L’amore erotico, nella grazia del matrimonio, diviene trascendentale, perchè ha come fine la santità di coppia.
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