La notte angosciante di uno dei prigionieri
Non c’era più aria. Solo carne contro carne.
Mi stringevano da ogni lato: braccia, schiene sudate, ginocchia che spingevano sul mio petto. Qualcuno urlava, ma la voce si spegneva subito, inghiottita dal respiro spezzato di centinaia.
Non sapevamo quanto fosse piccola la cella, ma la conoscevamo ormai con ogni fibra del nostro corpo. Un buco nero di mattoni, e noi, precipitati dentro.
Il caldo era così denso che si poteva masticare. Una bocca spalancata accanto alla mia gridava a Dio, ma Dio qui non era mai entrato.
Io pensavo a mio figlio, a quel giorno in cui gli avevo detto addio: “Papà tornerà.” Ora mi accorgevo che gli avevo mentito.
Qualcuno morì appoggiato alla mia schiena. Sentii il peso diventare inerte, poi il tanfo.
In quell’inferno, anche il tempo si era sciolto. Ogni secondo era un’eternità incandescente. E poi… il vuoto.
Vedevo. No, immaginavo. Il mare, la luce del mattino a Plymouth. Il vento. L’odore della pioggia.
Una mano cercò la mia. Era ossuta, tremante. Ci stringemmo. Nessuno voleva morire da solo.
Poi, nero.
Il buco nero di Calcutta aveva inghiottito un altro nome.
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