Cultura

Waterloo, 210 anni fa. Così si scrisse il destino dell’Europa – di Chantal Fantuzzi

Napoleone non avrebbe potuto morirvi, in quell’isola quieta, azzurra di mare e indorata dal sole dell’Elba. Quante volte, mentre osservava le onde infrangersi sulla spiaggia di quella sua prigione naturale, avrà pensato alla gloria perduta, ma che gli era appartenuta e che mai più, mai più nessuno avrebbe potuto toglierli. Poiché quel che accade, non lo si può modificare. Avrà pensato al figlio, l’aiglon dai riccioli d’oro, bello come un angelo di Raffaello, come avrebbe detto Tolstoj in Guerra e Pace, erede di un mondo senza trono; alla giovane e bella moglie che non lo avrebbe mai raggiunto, regina di un’Italia che non le appartenne mai, figlia e moglie di un imperatore, ma ormai votata alla quiete del nuovo ducato che i trattati di Parigi, Vienna e Fontainebleau, da lì a un anno, le avrebbero assegnato, quel piccolo gioiello dorato di Parma. Avrà pensato, l’imperatore, a Giuseppina, la sua prima fascinosa moglie, sua compagna all’epoca della scalata della gloria ma che non avrebbe disdegnato di invitare a un ballo a casa propria lo Zar Alessandro, quando lui ormai sarebbe stato agonizzante, in esilio. Avrà pensato, dunque, come suo solito, con la rendigote grigia e il cappello a tre punte, immobile sulla spiaggia di quell’isola remota, così vicina alla sua terra natìa, che lo costringeva, col pensiero, a ricorrere a ritroso i successi ottenuti. Corsica, Parigi, Europa. Parigi, Elba. Waterloo.

Aveva deciso di non vivere da borghese, quanto piuttosto di morire da imperatore. Non gli sarebbe stato concesso, l’esilio, un’altra volta, lo avrebbe colpito, irrefrenabile destino. Eppure la gloria, almeno quella che ancor oggi, tra luci e mille ombre, lo fa sopravvivere nell’immaginario collettivo, quella sì, gli sarebbe stato dato conservare.

Cento giorni dopo la sua decisione, a Waterloo, il 18 giugno 1815, duecentouno anni orsono, si compiva il destino di un uomo, di un imperatore, di un piccolo principe che non sarebbe stato mai re, e dell’Europa Intera.

La battaglia di Waterloo è un enigma, scriverà molto più tardi il bonapartista Victor Hugo. Secondo alcuni la vittoria anglo-prussiana fu inevitabile, molti altri sostengono invece che sia derivata dal caso e dall’imprevidibilità, come l’irrisolutezza di Ney e Soult nella gestione del corpo d’Erlon durante la battaglia di Ligny, come la pessima condizione di tutti i battaglioni del primo, come l’incomprensione di Grouchy riguardo il vero senso degli ordini ricevuti, alla pioggia scrosciante del giorno 17, che ritardò l’attacco francese del dì seguente. Con la conclusione finale dell’incredula sconfitta napoleonica.

l piano di battaglia era stato perfetto, Napoleone disponeva un esercito dei migliori veterani, guidati dal maresciallo Davout, Ministro della Guerra durante i cento giorni. I generali che l’imperatore si trovava ad avere di fronte non avevano una nomina che potesse incutere terrore. Dal metodico Wellington, al carismatico Blucher. Dall’altra parte i marescialli bonapartisti, forse ambiziosi, forse imprudenti. Lo sciocco Ney, l’altezzoso Soult, l’inconcludente Grouchy. Furono loro a decretar sconfitta? O forse, piuttosto, fu l’ineffabile destino, che mai permette agli storici di farsi cogliere, ma corre così, sulle ali del tempo e della storia, e sulle vite di coloro che rende suoi protagonisti, o a cui è concesso credere di esserlo.

Waterloo segnò la fine della carriera politica di Napoleone, e l’inizio di quella del suo avversario, il duca di Wellington, che divenne una personalità di altissimo livello, ottenendo prestigiosi incarichi quali quello di Primo Ministro degli Esteri con lusinghe e complimenti da parte della Regina Vittoria.

Due scrittori di campo avverso, Scott e Hugo, descriveranno con umanità e introspezione più o meno veritiera, la battaglia di Waterloo. Entrambi percepiranno, l’uno con fastidio, l’altro con proclama, un’ombra, sulla vittoria di Wellington.

Napoleone, invece… excusatio non petita, accusatio manifesta. Nella guerra non sono ammessi errori. Errori che la storia, e le analisi di questa, non sempre permettono di individuare.

“Era possibile” si chiede infine Hugo “che Napoleone vincesse la battaglia di Waterloo? No. A causa di Wellington? No, a causa di Dio.” E conclude “mentre Napoleone agonizzava a Longwood, i sessantamila uomini caduti sul campo di Waterloo imputridirono tranquillamente, e qualcosa della loro pace si diffuse nel mondo. Il congresso di Vienna ne formò i trattati del 1815 e l’Europa diede a ciò il nome di restaurazione. Ecco che cos’è Waterloo. Ma che cosa importa all’infinito? Tutta quella tempesta, tutta quella caligine, quella guerra, poi quella pace, tutto quel buio, non intorbidò neppure per un attimo lo splendore dell’immenso occhio davanti a cui un pidocchio che salti da un filo d’erba all’altro è uguale all’aquila che vola da un campanile all’altro fino alle torri di Notre-Dame.”

Chantal Fantuzzi

Nella foto il figlio di Napoleone e Maria Luisa, duca di Reichstadt, “l’Aiglon”

Relatore

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