Educazione & scienza

La cura è relazione – Quando i gesti dicono l’umano. Un libro di Fabio Cavallari ( Lindau editrice)


C’è un’urgenza silenziosa, fatta di volti dimenticati, di pianerottoli muti e parole mai dette, che Fabio Cavallari riporta in vita nel suo libro La cura è relazione. Pubblicato da Edizioni Lindau nel 2018, il volume è molto più che un saggio sull’assistenza domiciliare: è una riflessione radicale, antropologica, esistenziale su cosa significhi essere umani, oggi.

In questi giorni, in Italia, il dibattito sulla tutela delle persone nel fine vita si fa sempre più acceso: per questo le riflessioni in campo bioetico e dell’assistenza divengono sempre più importanti.

Nel tempo della velocità, della prestazione, del valore tradotto in denaro, Cavallari si ferma. E ci invita a fermarci. Lo fa attraverso una narrazione densa, coinvolgente, mai retorica, che mescola analisi sociale, testimonianza, e poesia civile. Il cuore del libro batte intorno a un’idea tanto semplice quanto trascurata: la cura è prima di tutto relazione. Non tecnica, non procedura, ma incontro. Un “essere con”, un accompagnare, un condividere.

L’autore parte da una constatazione amara ma realistica: la modernità ha svuotato l’umano del suo “noi”, riducendolo a un io solitario, autonomo solo in apparenza. Le malattie, le fragilità, la vecchiaia – un tempo inserite in un tessuto relazionale caldo e imperfetto – oggi appaiono relegate a protocolli, etichette, codici. Ma è proprio in quelle fratture che può nascere una nuova consapevolezza. Quando la macchina si inceppa, la relazione torna ad affacciarsi, non come nostalgia ma come urgenza.

“La cura è relazione” è anche un appello politico, nel senso più alto del termine. Non si tratta solo di riformare servizi o leggi – pure importanti – ma di ri-generare uno sguardo. La cura, suggerisce Cavallari, non è una delega alle istituzioni, ma una sfida che interroga ciascuno di noi. È un lavoro collettivo che inizia dal riconoscere l’altro, dal chiamarlo per nome, dall’osservare il suo passo incerto.

Il libro si articola come un racconto corale, dando voce a medici, operatori sociali, assistenti, ma soprattutto alle famiglie: soggetti vivi, spesso smarriti, che diventano protagonisti di una riflessione incarnata. Nella sofferenza, più che nelle teorie, si apre lo spazio per parole dimenticate: empatia, accompagnamento, relazione.

Cavallari non indulge in sentimentalismi, ma compone una narrazione lucida, profonda, a tratti cruda, che chiede di essere ascoltata. Non per commuovere, ma per generare cambiamento.


Un libro che andrebbe letto da operatori sanitari, politici, assistenti sociali, ma soprattutto da chiunque voglia interrogarsi sul significato della parola “cura”. Non c’è nulla di tecnico, qui. Solo l’essenziale: l’umano che si prende cura dell’umano.

Relatore

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