Henri de Lubac, gesuita francese e tra i più grandi teologi del XX secolo, fu una figura fondamentale per il rinnovamento del pensiero cattolico che sfociò nel Concilio Vaticano II. Tra le sue opere meno note, ma particolarmente interessanti per comprendere il suo sguardo critico sulla modernità, vi è “Paradosso e mistero della Chiesa” e, in maniera più specifica, i suoi scritti su Pierre-Joseph Proudhon, pensatore anarchico francese dell’Ottocento.
In “Proudhon e il cristianesimo”, de Lubac si confronta con l’opera e il pensiero di Proudhon, colui che divenne celebre per la frase: «La proprietà è un furto». Nonostante la sua fama di anarchico e il suo anticlericalismo esplicito, Proudhon proponeva una visione della società profondamente comunitaria, fondata sulla cooperazione, la giustizia e la libertà. De Lubac, pur non condividendone gli estremi, ne coglie lo slancio profetico e il valore critico nei confronti di un mondo dominato dalla logica del profitto e del potere centralizzato.
A differenza di Karl Marx, che promuoveva una visione materialista della storia e un collettivismo statalista, Proudhon era ostile all’idea di uno Stato onnipotente. Per lui, la vera giustizia nasceva dal basso, dalle libere associazioni e dal rispetto reciproco tra individui e comunità. Era un pensatore antitotalitario, molto più vicino a una visione cristiana della sussidiarietà, seppur in una forma laica e ribelle.
De Lubac, riflettendo sulle intuizioni di Proudhon, denuncia con forza il pericolo di un Leviatano giuridico, ovvero di uno Stato che, pur dichiarandosi neutrale, impone leggi arbitrarie, disincarnate dalla tradizione e dalla coscienza religiosa dei popoli. In questo senso, de Lubac anticipa molte delle riflessioni contemporanee sul rapporto tra fede, politica e diritto.
Le leggi moderne, se sganciate dalla verità sull’uomo e su Dio, rischiano di trasformarsi in strumenti di oppressione, anziché in garanzie di giustizia. Il diritto positivo, senza radici morali, diventa un assoluto che schiaccia la persona e annulla le comunità intermedie (famiglia, parrocchie, movimenti).
Henri de Lubac legge Proudhon non come un nemico della Chiesa, ma come un interlocutore scomodo e stimolante, un pensatore che denuncia le degenerazioni del potere e l’idolatria dello Stato. In questo dialogo si intravede la grande intuizione conciliare: la Chiesa deve essere anima del mondo, ma senza confondersi con i suoi poteri.
Nel tempo della tecnoburocrazia e della disumanizzazione del diritto, riscoprire queste riflessioni è più che mai necessario. Esse ci ricordano che una società senza anima è destinata alla tirannide, e che la legge, per essere giusta, deve essere radicata nella verità integrale dell’uomo.
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