Il parere storico della Corte Internazionale di Giustizia sul cambiamento climatico (23 luglio 2025)
Il 23 luglio 2025, la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia ha emesso un parere consultivo di portata epocale: gli Stati hanno il dovere giuridico – non solo morale – di agire concretamente contro il cambiamento climatico. Non si tratta più di semplici raccomandazioni politiche, ma di obblighi giuridici vincolanti, fondati sia sul diritto dei trattati sia sul diritto consuetudinario internazionale.
La Corte ha richiamato una propria precedente sentenza del 1996, in cui affermava che ogni Stato deve assicurarsi che le attività sotto la propria giurisdizione non provochino danni gravi all’ambiente di altri Paesi o di zone fuori da ogni sovranità nazionale.
Allora si parlava del pericolo delle armi nucleari. Oggi, questo principio viene ripreso e applicato al clima: danneggiare l’ambiente – anche senza intenzionalità bellica – è un atto giuridicamente illecito. La difesa del sistema climatico diventa così una responsabilità condivisa da tutti gli Stati, anche in tempi di pace.
Il parere del 2025 ribadisce due grandi principi giuridici, già presenti nel diritto internazionale consuetudinario:
Ogni Stato è tenuto ad agire con diligenza per evitare di causare – direttamente o indirettamente – danni ambientali legati al cambiamento climatico. La responsabilità non si ferma ai propri confini.
Secondo la Corte, gli Stati hanno l’obbligo di collaborare in buona fede per proteggere il clima, servendosi anche di strumenti multilaterali, regionali o bilaterali. Questo dovere non nasce da una moda del momento, ma affonda le radici nella Carta delle Nazioni Unite, nella Dichiarazione del 1970 sulle relazioni amichevoli tra gli Stati e in una prassi consolidata.
In altre parole, agire insieme contro il cambiamento climatico non è una scelta politica opzionale, ma un dovere giuridico verso l’intera umanità.
La Corte non si è limitata a stabilire principi astratti. Ha affermato che:
In questo nuovo quadro, un’iniziativa già esistente può giocare un ruolo decisivo: il Programma di Prevenzione dei Crimini Ambientali (PPCE), noto anche come ECPP.
Creato negli anni ’90 con il sostegno di istituzioni come l’Agenzia per la Protezione Ambientale degli Stati Uniti (EPA), il PPCE ha l’obiettivo di prevenire i crimini ambientali, rafforzare la cooperazione giudiziaria e sostenere gli Stati nelle attività di contrasto agli illeciti climatici.
Il richiamo della Corte al dovere di cooperazione dà nuova linfa a questo programma, rendendolo un candidato naturale per diventare uno strumento tecnico e giuridico al servizio della legalità climatica.
La Corte dell’Aia ha lanciato un messaggio potente: distruggere l’ambiente non è più un crimine silenzioso. È una violazione del diritto internazionale.
Riprendendo le riflessioni sul rischio nucleare, la Corte ha esteso la portata della responsabilità degli Stati alla crisi climatica attuale, dichiarando che non si può più restare inerti.
Rendere operativo il PPCE significa trasformare una visione giuridica in azione concreta. È il momento di rafforzare le alleanze tra Stati, costruire strumenti efficaci e agire davvero per proteggere il clima. Perché la giustizia, oggi, passa anche per l’aria che respiriamo.
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