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Gli alberi sono nostri figli – di Vittorio Volpi

E passi per un articoletto leggero, ma perché i media hanno dato così tanto risalto per il furto di alcuni bonsai (alberi in miniatura)?  Si è persino scomodato il “New York Times”.

I fatti:  in periferia della città di Kawaguchi, in Giappone, vive Seiji Iimura , un artigiano che cura i “Bonsai”.

Sono gli alberi in miniatura  che nacquero dalla tradizione cinese – circa  mille anni fa –  cultura trapiantata poi in Giappone dove come al solito il concetto originario subì una sostanziale trasformazione ed adattamento.

Ebbene, nelle scorse settimane nei giardini dove la famiglia Iimura cura i bonsai da cinque generazioni,dei ladri furtivamente, hanno rubato nella notte sette alberelli per un valore materiale di circa 90 mila franchi, ma l’accorato appello del coltivatore giapponese non è solo dovuto al valore di quanto gli è stato sottratto; il punto cruciale è che il bonsai richiede grandi cure.  Soprattutto l’inaffiamento particolare giornaliero, ma anche la recisione dei germogli, l’accorciamento delle radici, il parlargli perché è un essere vivente nel mondo dello zen.  E la paura è che senza queste intense cure, gli alberelli possano morire.

Sulla stampa giapponese, su Facebook,  Iimura ha inviato un accorato appello: ”sono i nostri figli;  ritornateceli, non fateli morire, hanno bisogno di cure”.

Rimarchevole è il fatto che uno dei bonsai, un albero raro (shimpaku)  ha più di 400 anni. Non lo avrebbero mai venduto, per loro non ha prezzo.  A questo bonsai hanno accudito ben 5 generazioni degli Iimura ed in esso c’è il cuore della famiglia. Ed ha raccomandato anche di annaffiarli ogni giorni per non farli morire. Sarebbe un delitto.

La cultura dei bonsai, non è nata in Giappone, ma in Cina. E a questo riguardo, si  sostiene spesso che i giapponesi copino. Se è per questo, Alexis de Toqueville scriveva che gli americani nel 19mo secolo erano dei gran copioni: venivano in Europa prendevano idee, disegni di manufatti e successivamente tornati a casa, copiavano facendo meglio.

La creatività giapponese si è basata spesso sul copiare idee per poi adattarle ai propri interessi o per migliorare.

Tsurumi Kasuko, un’antropologa giapponese educata a Princeton, ha sostenuto che la creatività giapponese può essere definita “fusionistica”. Non copiano in modo pedissequo, ma dall’idea mutuata, innovano.

Così è accaduto con la cultura dei “Bonsai”. Questa “arte”, entrò  in Giappone durante il periodo Kamakura ( (1185-1333) nel momento in cui il Giappone ricevette un “prestito culturale” dal continente. Dalla Cina cambiò non solo il linguaggio, ma soprattutto le strutture civili e religiose. Fra le quali il “Pun Sai”.

Mentre però, apparentemente, in Cina il Pun Sai era un’arte decorativa circoscritta solo alle élite come oggetto regalo, fra le classi elevate in Giappone, il “Bonsai” – alberi nani in un vaso – subì l’influenza del Buddismo Zen, ovvero, postula che il bonsai rappresenti la “bellezza” nella sua massima essenzialità. Per i monaci zen “Un solo albero in un vaso rappresenta l’universo”.

In Cina  questi alberelli erano sacri, la loro struttura particolare ricordava posture yoga che più volte ripiegate su se stesse facevano circolare i flussi vitali che erano anche origine di lunga vita. Oggigiorno i bonsai sono fra di noi; non è più solo zen e concentrazione nel fissare in un albero l’universo.Personalmente rientrando dal Giappone fui costretto a regalare ad un amico due bellissimo esemplari; amici mi dicevano che essendo piante vive c’erano  forti restrizioni all’importazione… Erano un pino splendido e una serie di alberi di melo che facevano piccoli, bellissimi frutti. Li ricordo con rimpianto.

Nell’arte dei bonsai, come in altre ispirazioni dello zen giapponese, la cerimonia del tè, l’ikebana, si possono  osservare esempi di cultura zen. Sintesi culturale e raffinata del Giappone. Osservare per credere, se vi capiterà,  il famoso “tempio di pietre” a Kyoto, il Ryoanji: sabbia e ghiaia riescono a dare anche a noi profani, il senso del grande, del profondo, dell’infinito nell’essenzialità di oggetti inanimati.

L’augurio per i signori Iimura è che i tanto adorati “figli” tornino presto a casa: per ricevere le cure anche delle loro generazioni a venire.

Vittorio Volpi

Relatore

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