Da una proposta d’articolo di Francesco Pontelli.
La produzione della nuova Fiat Grande Panda in Serbia rappresenta un caso emblematico di come la logica della speculazione finanziaria si intrecci con le scelte industriali, generando conseguenze sociali gravi.
Secondo quanto riportato da Televizija Kragujevac, a breve arriveranno circa 800 lavoratori stranieri provenienti da Nepal e Marocco nello stabilimento di Kragujevac, destinato alla produzione della nuova Panda. La notizia è stata confermata dal consigliere comunale per l’economia Radomir Erić.
Questi lavoratori accettano stipendi di circa 597 euro al mese, una cifra considerata bassa persino per gli standard serbi. È evidente che la scelta di Stellantis non risponde solo alla ricerca di manodopera a minor costo rispetto all’Italia – ragione per cui lo stabilimento di Torino fu chiuso – ma si spinge oltre, introducendo una nuova forma di delocalizzazione: importare forza lavoro da paesi ancora più poveri rispetto a quello ospitante.
In questo modo, le aziende non si limitano più a beneficiare del minor costo del lavoro offerto dal paese in cui si insediano, ma creano un ulteriore livello di compressione salariale, “deportando” lavoratori da aree del mondo dove i redditi sono ancora più bassi.
La giustificazione ufficiale è sempre la stessa: aumentare la “competitività”. Ma dietro questa parola si nasconde l’ennesima strategia di riduzione dei costi a vantaggio degli azionisti, mentre le condizioni di vita dei lavoratori vengono sacrificate. È il volto di una globalizzazione industriale senza limiti, che rischia di aprire la strada a scenari sempre più estremi di sfruttamento.
Se oggi si accettano salari da fame per immigrati reclutati in paesi poveri, non è assurdo pensare che domani la logica della competizione possa spingersi a giustificare pratiche ancora più disumane.
Il caso serbo mostra chiaramente come l’assenza di un quadro normativo europeo uniforme favorisca le grandi multinazionali, libere di muoversi tra i paesi alla ricerca delle condizioni più vantaggiose, a scapito della dignità del lavoro.
La vicenda della Grande Panda è quindi più di una semplice scelta industriale: è un campanello d’allarme sul futuro del lavoro in Europa, sempre più esposto al ricatto della delocalizzazione e allo sfruttamento della manodopera migrante.
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