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Ho scelto di ricordare il rumore prima ancora della caduta — non la scossa del corpo, ma il suono che continuava a rimbalzare dentro di me da mesi, anni: un ticchettio sottile, come acqua che scava la pietra. Non era solo la rabbia o la stanchezza; era una folla di piccole ferite che nessuno aveva notato, parole dette in fretta, pomeriggi vuoti, promesse che si erano spezzate come vetri. Avevo imparato a camuffare tutto con sorrisi che non toccavano gli occhi.

Sono arrivato al bordo ridendo piano, come per rendere tutto più sopportabile. Il vento portava il vapore e la sua luce, un riflesso che mi tirava indietro e avanti. Ho guardato l’acqua così tante volte da sentirla familiare, come un vecchio libro che sfogli in cerca di una frase che non c’è più. Lì, tra la frenesia dei turisti e le luci che non dormono, mi sono sentito straniero anche a me stesso.

Non c’è stato un grande discorso, né una musica trionfale. Solo un momento cristallizzato: la consapevolezza che, nell’immensità del rumore, il mio dolore sembrava ovvio solo a me. Ho pensato alle persone che avrei lasciato — e la lista è sorprendentemente lunga, fatta di visi che non avrei voluto ferire, di messaggi non letti che improvvisamente pesavano più del mio orgoglio. Eppure la lama del distacco era già lì, sottile, e io la seguivo senza capire fino in fondo perché fosse così facile lasciarsi andare.

Non voglio che si dica che ero coraggioso o che ho vinto qualcosa. Non c’è gloria in questo. C’è solamente la verità banale: ero esausto di dover fingere che tutto andasse bene. E allora ho pensato che andasse meglio lasciare, che il silenzio potesse lenire quello che le parole non riuscivano a toccare. Era un errore pensarlo così semplice.

Se potessi parlare a chi mi vedeva senza sapere, direi: non giudicate la stanchezza dall’esterno. Non è sempre rumorosa; spesso si nasconde sotto abiti normali, sotto battute, sotto quei “tutto bene” sussurrati. Se c’è una cosa che ho capito, è che anche i gesti piccoli — una telefonata, un caffè, un “come stai davvero?” — contano più di quanto si immagini. Hanno il potere di tirare su qualcuno, un centimetro alla volta, senza grandi proclami.

E a chi come me ha pensato che non ci fosse via d’uscita: cercate una voce che vi ascolti, anche se sembra che nessuno capisca. Non posso più promettere miracoli, non posso aggiustare il passato, ma so che la presenza — quella semplice, goffa, umana presenza — ha salvato altre persone che conoscevo. È banale, lo so, ma spesso la salvezza non arriva come fiamme o fulmini: arriva come pazienza.

Mi rimangono ricordi che valgono la pena di essere tenuti. E, se è consolazione, immagino che il mondo continui a girare, che l’acqua continui a scorrere e che qualcun altro, forse, trovi il coraggio di parlare prima di compiere l’irrevocabile. Vorrei che fosse possibile tornare indietro e dire a me stesso, ancora una volta: resta, anche per un giorno in più.

Foto Saffron Blaze

Relatore

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