Le ultime settimane di vita di Muʿammar Gheddafi (colonnello libico e leader della Jamāhīriyya Araba Libica) furono caotiche, drammatiche e segnate dal crollo definitivo del suo regime, dopo oltre 42 anni al potere.
Nel febbraio 2011, sull’onda delle “primavere arabe”, scoppiarono rivolte in Cirenaica (soprattutto a Bengasi), contro il regime autoritario di Gheddafi.
La repressione violenta scatenò una guerra civile. A marzo 2011, l’ONU approvò la Risoluzione 1973, che autorizzava una no-fly zone e “tutte le misure necessarie” per proteggere i civili.
Una coalizione NATO (guidata da Francia, Regno Unito e Stati Uniti) iniziò i bombardamenti contro le forze di Gheddafi.
Sirte divenne l’ultimo bastione gheddafiano.
Per settimane, la città fu circondata e bombardata dalle forze del CNT e dai raid aerei NATO.
Le condizioni per i civili erano terribili: mancanza di acqua, elettricità e medicine.
Gheddafi rifiutò fino all’ultimo di arrendersi. Parlava ai suoi sostenitori tramite registrazioni audio, proclamando:
“Non lascerò la terra dei miei antenati, morirò qui da martire.”
Quel giorno, le forze del CNT lanciarono l’attacco finale su Sirte.
Video amatoriali lo mostrarono malmenato, sanguinante e spaventato, mentre implorava i suoi catturatori:
“Cosa vi ho fatto, figli miei?”
Pochi minuti dopo, fu ucciso in circostanze controverse — probabilmente giustiziato sommariamente con un colpo d’arma da fuoco.
Anche suo figlio Mutassim e il ministro della difesa Abu Bakr Yunis Jabr furono uccisi.
La morte di Gheddafi segnò la fine della guerra civile del 2011, ma non portò stabilità:
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