Marco Santoro
Superficiali banderuole passionali. Questo appaiono generalmente le persone di oggi, l’uomo-massa, alla luce della migliore psicanalisi, filosofia e religione. Mossi dalle passioni, più o meno inconsce, gli esseri umani pensano quello che fa loro più comodo per realizzarle.
Più che ragionare razionalizzano, in termini freudiani, cioè difendono il loro Ego dalla consapevolezza delle vere motivazioni di fondo, passionali appunto, che cercano di realizzare. La ragione assume quindi per lo più funzione strumentale, anche più di quanto teorizzato da Adorno, Horkheimer e tutta la Scuola di Francoforte, e serve a realizzare le passioni, i desideri psicologici, giustificandoli. La ragione di chi è dominato dalle passioni serve ad evitare la verità più che a trovarla. Già Socrate, che ha anticipato certe analisi psicologiche, proponeva l’autodominio, come farà tanta filosofia successiva e poi Freud. Le passioni rendono stupidi, infelici, egoisti e incivili.
Ma con l’umanità contemporanea, torniamo in fondo alla brutalità animale: la mia sopravvivenza (benestante), il sesso, i miei cuccioli, il nido/casa confortevole, il mio (piccolo) branco, la comfort zone, ecc. La cosa più importante è dunque proprio la realizzazione del desiderio, quale che sia, per ottenere la quale esso deve essere innanzitutto legittimato.
Quindi l’individuo si serve della ragione per produrre mezzi tecnici (persone comprese) e scuse plausibili, più o meno semplici da un punto di vista intellettuale, più o meno mutuate dal sistema culturale di appartenenza, oggi per lo più dalla cultura laicista di massa. Le passioni portano gli individui ad essere materialisti ed edonisti. Coltivate, sviluppano l’amor proprio o narcisismo, oggi pandemia. Ma gli esseri umani non si accettano, non vogliono pensarsi come animali istintivi, millantano e accampano sempre nobili ragioni, in quanto sono anime create in principio con la dignità di seguire virtù e conoscenza. Le presunte ragioni accampate sono di genere vario, sociale, politico, culturale, religioso, sportivo (si pensi alle tifoserie come paradigma esemplificativo di tanti gruppi e movimenti sociali), ecc. Esse definiscono altrettante forme di alienazione psicologica. In un mondo laicizzato dall’élite e laicista nelle masse non c’è più il timore di Dio e delle disgrazie a tenere a freno le passioni, che più o meno silenti, fanno indisturbate il loro corso nella storia individuale e collettiva.
Ma lungi dall’assicurare la felicità, come promettono ad esempio W. Reich e gli epigoni, esse costituiscono le persone come entità egoistiche in lotta le une con le altre, e tutte che pensano di avere sacrosante ragioni nella loro guerra con il prossimo. Lo stesso associazionismo di gruppo, emotivamente più forte, e movimentista, piu labile, nel caso di movimenti politici, religiosi, o d’altro tipo, ha sempre funzione strumentale e serve a raggiungere, in forma mediata e latente, scopi psicologici, passionali, pulsionali, dichiarati o non dichiarati, consapevoli o inconsci. Anche il sentirsi uniti, come evidenziato da E. Fromm, è uno scopo psicologico in sé.
Non solo perché l’unione fa la forza e facilita il conseguimento dell’obiettivo pulsionale del momento, ma perché l’uomo (peccatore), “gettato nel mondo” (cf. Heidegger) si sente solo e ha, anche inconsciamente, paura della morte. La dimensione culturale, nel senso dell’attuale Antropologia, e l’appartenenza di gruppo, proteggono dal senso di separazione/solitudine e dall’angoscia della morte, presenza ineluttabile, mandata sullo sfondo della prospettiva esistenziale dalle passioni, dalla cultura/ideologia e dall’appartenenza di gruppo, come spiegato dall’antropologo e filosofo Ernesto De Martino e dalla Psicologia umanistica. In sostanza, mosso dalle passioni, l’uomo vive di illusioni, come in un film proiettato da lui stesso, dai suoi bisogni interiori e razionalizzato ad hoc, con la cultura e la subcultura di appartenenza, perché sia credibile, con la regia della sua ragione strumentale.
Così si aliena con scopi più o meno immediati e valori presunti, che crede razionali e in realtà sono psicologici. Ma anche una buona proiezione, un film ben fatto, non risolve il vero problema: la realtà della vita ha il suo ineluttabile peso, richiama con i dolori alla concretezza, e la grande certezza, il traguardo che ogni giorno si avvicina, è la morte. Le passioni e i bisogni psicologici, che hanno anche base corporea, si riproducono e con esse il problema della vita, mentre il tutto ha un andamento dinamico e dialettico, perché il corpo si va deteriorando e pure i rapporti sociali deputati alla soddisfazione, oggi ridotti, dominando gli istinti, a beni di consumo, usa e getta. Con essi l’ideologia condivisa, quale che sia. La coscienza collettiva, di durkheimiana memoria, che fa dei rapporti sociali comunque un fenomeno “religioso”, basato su una fede condivisa, è precaria, soprattutto se laicista e quindi, di base, materialista. La recita, il film, lo spettacolo della Storia individuale e collettiva, non dura per sempre. L’inesorabile virus della verità consuma i protagonisti e le loro relazioni, mentre la realtà, creata da Dio, rivendica i suoi diritti. Tutto va verso la pace, eterna, ma non necessariamente felice.
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