La tesi di S. Ecc. za Rev. ma Mons. Carlo Maria Viganò, secondo cui la crisi attuale della Chiesa sarebbe essenzialmente una crisi dell’Autorità e non semplicemente una crisi disciplinare o pastorale, tocca un punto reale e drammatico della condizione ecclesiale contemporanea. Tuttavia, la soluzione da lui prospettata, che collega la perdita di legittimità dell’autorità ecclesiastica alla sua infedeltà alla divina Legge, presenta alcune criticità di fondo, sia sul piano teologico che su quello filosofico. Il suo discorso coglie un sintomo ma ne interpreta in modo riduttivo la causa, scambiando la crisi dell’obbedienza alla verità con una corruzione ontologica dell’Autorità stessa.
L’Autorità nella Chiesa non è un mero fatto sociologico, né una forma di potere umano suscettibile di decadenza per abuso: è una realtà sacramentale che partecipa, “per analogiam”, all’autorità di Cristo Capo. Essa è radicata nel duplice principio della “potestas ordinis” e della “potestas iurisdictionis”, che derivano entrambe dal Signore, sia pure in modi diversi. La prima conferisce la capacità ontologica di agire “in persona Christi”; la seconda, la facoltà di reggere il Popolo di Dio secondo il diritto divino e canonico. Ora, tale “potestas” non è revocata dall’indegnità personale o dall’errore materiale del soggetto che la esercita, poiché la sua validità non si fonda sulla moralità soggettiva, bensì sulla mediazione oggettiva della grazia e della missione ecclesiale. In questo senso, la tradizionale distinzione fra “auctoritas” e “potestas” rimane decisiva: la prima designa il principio di legittimazione morale e spirituale che rende l’obbedienza non solo giuridicamente doverosa ma anche teologicamente fondata, in quanto riferita a Dio come causa prima; la seconda indica l’effettività dell’esercizio del governo, che permane anche nel peccatore o nel teologicamente disorientato.
La crisi odierna, dunque, non è tanto una “corruptio potestatis” quanto una “defectio in veritate”: l’Autorità può essere esercitata male, ma non per questo perde il suo fondamento teologico. Il principio resta intatto anche nel cattivo uso, come la grazia rimane oggettivamente efficace nonostante l’indegnità del ministro.
Sostenere il contrario significherebbe reintrodurre una forma di donatismo, condannato fin dai primi secoli da parte della Chiesa, secondo cui l’efficacia del ministero dipenderebbe dallo stato morale o dottrinale del ministro.
La distinzione classica tra validità e liceità degli atti ecclesiastici, fra giurisdizione e giustizia, non è un espediente giuridico, quanto un presidio ontologico: la Chiesa è “corpus Christi” in quanto struttura visibile e insieme organismo spirituale e la sua indefettibilità si riferisce alla “forma Ecclesiae”, non all’integrità personale dei suoi membri. L’autorità, in quanto dono dello Spirito, non può “decadere” per abuso, perché ciò equivarrebbe a dire che la promessa di Cristo, “portae inferi non praevalebunt”, sia condizionata dalla fedeltà dei singoli pastori. Quando si afferma che il Magistero o la Gerarchia agiscono “in fraudem legis” o con “mens rea”, si introduce nel discorso ecclesiologico una categoria penalistica che non può essere trasposta senza gravi equivoci. Nel diritto divino non esiste un legislatore separato dalla legge, perché la Legge è Dio stesso e la sua interpretazione autentica è affidata proprio a quella Gerarchia che ne è custode e serva. Se, dunque, la Gerarchia dovesse essere accusata di sovversione intenzionale, si finirebbe per negare il principio dell’assistenza soprannaturale dello Spirito Santo al Collegio dei Vescovi “cum Petro et sub Petro”.
Ciò non significa che ogni atto di governo o di magistero sia immune da errore, né che i fedeli debbano un’obbedienza cieca e incondizionata. La tradizione cattolica conosce molto bene la categoria della “resistentia oboedientialis”, cioè della legittima resistenza motivata da ragione e fede, come insegnano san Tommaso d’Aquino (S. Th., II-II, q. 33, a. 4) e san Roberto Bellarmino (De Romano Pontifice, II, 29). Tuttavia, tale resistenza non può mai tradursi in un giudizio formale sulla perdita dell’autorità o sulla non appartenenza alla Chiesa di chi la esercita. Essa rimane un atto interno di prudenza e discernimento, non di rottura ecclesiologica. L’interpretazione di Viganò, che legge la storia recente della Chiesa alla luce di categorie quali “deep state” e “deep church”, rischia di sostituire alla teologia della Provvidenza una visione provvidenzialmente pessimistica, dove l’azione divina viene oscurata da un complotto umano. È vero che il male può insinuarsi anche nei vertici della Chiesa e che l’errore può contaminare l’insegnamento non infallibile, ma è altrettanto vero che la grazia divina non si ritira dalla storia: essa agisce misteriosamente anche attraverso strumenti imperfetti.
La visione apocalittica dell’”autorità traditrice” rischia di sfociare in una teologia della disperazione, laddove la fede cattolica riconosce invece la permanenza della verità anche in mezzo alla crisi. Neppure il riferimento alla “dissonanza cognitiva” o alla “rivelazione del metodo” può costituire un paradigma teologico. Si tratta di categorie psicologiche o sociologiche, interessanti per descrivere dinamiche di potere o manipolazione, ma del tutto estranee al linguaggio dogmatico. L’Autorità ecclesiale, anche quando si esprime con ambiguità, non agisce mai “ex se”, ma “in persona Christi Capitis”; pertanto, essa resta segno visibile di unità, pur nella debolezza dei suoi ministri. La vera aporia del ragionamento di Mons. Viganò, peró, consiste nel fatto che, volendo difendere la purezza della fede e la trascendenza dell’Autorità divina, finisce per collocare tale Autorità al di fuori della Chiesa visibile, trasferendola idealmente in un resto fedele che si contrapporrebbe al corpo gerarchico.
Ora, una Chiesa “pura” fuori della sua gerarchia non è la Chiesa cattolica, bensì un’astrazione spiritualistica. Sant’Atanasio, che egli invoca, non fondò una Chiesa parallela: rimase all’interno della comunione ecclesiale, soffrendo le ingiustizie senza negare la legittimità dell’ordine istituito. La fedeltà cattolica, infatti, non consiste nel sostituirsi all’Autorità, bensì nel purificarne l’esercizio mediante la verità e la carità. L’obbedienza autentica non è servilismo, ma partecipazione alla libertà di Cristo obbediente fino alla morte.
Laddove l’obbedienza diviene idolatria, essa tradisce se stessa e laddove si trasforma in criterio di giudizio contro l’Autorità, essa perde la sua natura teologale. In definitiva, “in fidei obedientia”, non “in fidei secessione, agnoscitur verus Ecclesiae filius”. L’obbedienza che si separa diventa ribellione; la fede che pretende di giudicare l’Autorità non è fede, bensì autonomia spirituale mascherata da zelo.
Daniele Trabucco
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