Nelle sale tranquille del palazzo di Kensington, le ombre si allungavano sui muri coperti di velluto. Fuori, la pioggia di Londra cadeva fitta, incessante, come se volesse lavare via i pensieri che appesantivano l’anima della regina. Maria sedeva accanto al fuoco, le mani intrecciate sul grembo, lo sguardo perduto in un punto che solo lei poteva vedere.
Era ancora giovane, ma negli occhi si leggevano già la stanchezza e la nostalgia di chi ha compreso che la vita non sempre mantiene le sue promesse. Aveva tutto ciò che una donna poteva desiderare: un trono, un popolo che la amava, un marito che — pur freddo all’inizio — aveva imparato a rispettarla e a volerle bene. Eppure, qualcosa mancava.
Il palazzo era pieno di stanze, ma una rimaneva sempre chiusa. Dentro, c’era una culla. Di legno chiaro, intagliata con cura, dono di un artigiano olandese. Nessuno osava toccarla: Maria la faceva spolverare ogni tanto, ma guai a chi tentava di rimuoverla. “Lasciala lì”, diceva piano. “Forse un giorno…”
Quel giorno non arrivò mai. Gli anni passarono, e ogni preghiera rimase sospesa come un sospiro non ascoltato. A corte si sussurrava che la regina fosse troppo fragile, o che il re non mostrasse abbastanza tenerezza. Ma lei non rispondeva ai pettegolezzi: sorrideva, e continuava a governare con calma e fermezza, come se bastasse la sua fede a riempire il vuoto nel cuore.
Quando la malattia la colpì, nel gelo dell’inverno del 1694, Maria non pianse. Guardò Guglielmo negli occhi e gli prese la mano:
“Dio non mi ha dato figli,” sussurrò, “ma mi ha dato un regno da proteggere. Forse era questo il mio compito.”
E morì con la serenità dei giusti, lasciando dietro di sé il suono dolce di una voce che non sarebbe mai cresciuta. La culla rimase dov’era, in una stanza silenziosa del palazzo, a ricordare che anche i re e le regine, sotto la corona, restano pur sempre umani: capaci di amare, e di sentire la mancanza di ciò che non potranno mai avere.
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