Cultura

Il conte Muffat e la divina Nana


(una stanza in penombra. Una candela tremola, i vestiti sono in disordine. Parla a se stesso, o forse a un’ombra che non risponde.)

Ah, che abisso… che silenzio rimane, quando il nome che amavi si spegne sulla bocca del mondo. Tutti mi voltano le spalle: gli amici, i confratelli, la società che un tempo mi inchinava il capo. Conte Muffat… sì, ancora mi chiamano così, ma è un titolo che suona come una beffa, come un epitaffio su una tomba senza corpo.

E per chi? Per cosa mi sono perduto?
Per un sorriso, per una luce dorata che bruciava come il sole — lei, Nana.
Oh, Dio, se sapeste quanto male può fare un angelo travestito da donna.
L’ho amata con la fede di un santo e la follia di un condannato.
Ho gettato via il mio onore, la mia fortuna, la mia famiglia — e ogni volta che pensavo di rialzarmi, bastava uno sguardo, uno soltanto, per farmi ricadere ai suoi piedi.

(ride amaramente)
Credevo di salvarla, capite? Io, Muffat, il devoto, l’uomo di Dio… salvare la perdizione stessa! Ma è stata lei a trascinarmi nell’abisso, e io l’ho seguito come un cane fedele, leccando la mano che mi colpiva.

Ora, che cosa mi resta?
La città ride di me. I miei pari mi disprezzano. Mio nome è fango.
Eppure… eppure se oggi lei entrasse da quella porta, pallida, disfatta, mendicante — io… io le stenderei le braccia.
Sì, ancora. Sempre.
Perché l’amore non è una virtù, è una maledizione.
E io ne porto il marchio sulla carne, inciso a fuoco dal suo bacio.

(per un attimo tace, poi guarda verso il vuoto)
Forse l’anima si salva solo quando non resta più nulla da perdere.
Io ho già dato tutto.
Forse, allora… domani… potrò finalmente dormire.

Relatore

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