Una città così non l’avete mai vista. Davvero.
Benvenuti a Forest City, il più ambizioso – e disastroso – progetto urbanistico del XXI secolo. Un sogno da 100 miliardi di dollari, quattro isole artificiali, grattacieli futuristici, strade immacolate, giardini tropicali perfetti… e nessuno che le abiti.
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Doveva essere la Singapore del futuro, una “smart city” verticale affacciata sullo stretto di Johor, progettata per ospitare un milione di residenti. Oggi è un luogo spettrale, dove il silenzio rimbomba fra torri vuote e centri commerciali senza clienti.
E nel nostro hotel – in una struttura pensata per accogliere tremila persone – siamo gli unici ospiti.
Anzi, quasi: oltre a noi c’è solo una strana organizzazione misteriosa, che sembra occupare un intero piano e che evita accuratamente ogni contatto. Atmosfera da film distopico.
Forest City è l’emblema del nuovo colonialismo economico cinese nel Sud-Est asiatico. Il colosso immobiliare Country Garden, sostenuto da capitali legati al gigante Pechino, aveva immaginato una città ideale per investitori cinesi desiderosi di aggirare i limiti della proprietà immobiliare in patria.
Il progetto era chiaro:
Un’enclave perfetta.
Ma nessuno aveva previsto l’essenziale:
senza permesso di residenza malese, nessuno può viverci stabilmente.
E gli investitori cinesi, una volta acquistati gli appartamenti, non sono mai venuti ad abitarli.
Risultato: una città fantasma perfettamente nuova, costata più dell’intero PIL annuale di molti Paesi africani.
Country Garden era il più grande sviluppatore immobiliare cinese. Oggi è in default, travolto da debiti miliardari e dal collasso del mercato immobiliare cinese.
Forest City, il suo progetto-simbolo, ne è l’immagine vivente: torri splendide, ma vuote.
Un monumento al sovrainvestimento, alla speculazione immobiliare e a una forma di espansione economica cinese che molti considerano coloniale: esportare capitali, comprare terre, costruire città “per altri”, senza radici nel territorio.
Gli abitanti della zona raccontano di gruppi che utilizzano gli hotel deserti come base operativa: associazioni, società di servizi, forse investitori cinesi rimasti intrappolati nel progetto.
Piani interi occupati, porte sempre chiuse, movimenti discreti.
La verità è difficile da accertare – e in un luogo così spopolato, ogni presenza diventa automaticamente inquietante.
Il governo malese sta tentando di rilanciare Forest City come zona economica speciale, ma senza infrastrutture, trasporti e residenti reali il progetto appare irrimediabilmente compromesso.
Forest City potrebbe rimanere così:
il più grande monumento al fallimento urbanistico della Cina fuori dalla Cina.
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