(Una stanza d’albergo. Le tende chiuse. La città respira fuori, indifferente. Sul tavolo, una valigetta aperta, documenti sparsi, banconote, mattoni. Calvi parla a se stesso, a voce bassa, quasi per non farsi sentire.)
CALVI:
Londra.
Fredda, estranea.
Ogni rumore nella strada è un passo che mi cerca.
Li sento… so che mi guardano.
Ogni ombra dietro un lampione, ogni finestra spenta… potrebbe essere loro.
Mi hanno detto che qui sarei stato al sicuro.
Carboni, gli altri… promesse, bugie.
Sicuro da chi?
Dalla giustizia? O da chi la giustizia la compra?
Ho firmato troppi assegni, ho aperto troppi conti.
Dio, quanti nomi nei miei registri!
Uomini di chiesa, di governo, di loggia…
Un filo invisibile, e io nel mezzo, il burattinaio… o il burattino?
(Si guarda le mani.)
Queste mani hanno toccato denaro benedetto e denaro maledetto.
Ora tremano.
Tremano perché so che non mi perdoneranno.
Non posso parlare.
Non posso tacere.
Ogni parola è una condanna.
Eppure… ho solo obbedito.
A chi?
Alla fede? Alla loggia? Al potere?
O solo alla paura?
Forse è questo il peccato più grande: aver creduto che il denaro potesse comprarmi la salvezza.
Il Vaticano mi chiude la porta in faccia, Gelli tace, e i miei “fratelli” della P2…
I “frati neri”.
Curioso destino, vero?
Morire forse proprio sotto il ponte dei frati neri.
(Si ferma. Sente qualcosa, si volta. La voce si fa più rotta.)
Ci sono.
Sono arrivati.
Lo sento nel petto come un tamburo.
Non bussano: entrano.
E io… io non ho più dove andare.
Mi resta solo una cosa da chiedere:
che non dicano “si è ucciso”.
No.
Io non mi uccido.
Io vengo spento.
Perché so troppo.
E in questo mondo, chi sa troppo non vive abbastanza.
(Pausa. Sospira, prende la valigetta, la chiude piano.)
Dio… se davvero sei mio creditore,
non chiedermi gli interessi.
Abbi pietà di un banchiere che ha perso il conto della sua anima.
(Si allontana verso l’oscurità. Un rumore di passi. Fine.)
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