In un’epoca politica dominata da tecnocrazia, linguaggio neutro e diplomazia calcolata, il presidente di El Salvador, Nayib Bukele, continua a distinguersi come una figura fuori dagli schemi. Giovane, carismatico, spregiudicato, Bukele alterna pragmatismo politico a un linguaggio quasi profetico, che affonda le radici nella spiritualità popolare dell’America Latina.
La sua recente dichiarazione — “C’è una guerra spirituale. Vinciamo perché preghiamo” — ha fatto il giro del mondo, suscitando reazioni contrastanti: entusiasmo da parte dei suoi sostenitori e sospetto da parte dei critici.
Ma chi è veramente l’uomo che guida il Paese più piccolo del Centro America con uno stile così insolito?
Nayib Bukele ha costruito parte del suo fascino politico anche attraverso un rapporto particolare e complesso con il tema della religione. Nato in una famiglia in cui il padre, di origine palestinese, si era convertito all’Islam e la madre era cristiana cattolica, Bukele incarna fin dall’inizio una sintesi inattesa di tradizioni diverse. Per questo la sua identità religiosa è stata spesso discussa, soprattutto quando emersero le immagini che lo ritraevano in una moschea. In pubblico, però, si definisce cristiano-cattolico.
Eppure, ogni volta che gli è stato chiesto di definirsi, Bukele ha scelto una via personale: non aderire rigidamente a una confessione, ma presentarsi come un uomo che mette al centro la relazione con Dio, più che l’appartenenza formale a una fede. La sua spiritualità, dichiarata e spesso richiamata nei discorsi pubblici, è dunque una dimensione autentica e profondamente vissuta, ma non incasellata; una spiritualità che parla di fiducia, di battaglie interiori, di senso del destino e della missione, più che di rituali. È questa neutralità religiosa, con un cuore però assolutamente credente, a renderlo un personaggio così particolare nel panorama politico contemporaneo, capace di utilizzare il linguaggio spirituale per descrivere la lotta del suo popolo senza legarsi strettamente a una tradizione dottrinale specifica.
Quando Bukele è salito al potere nel 2019, El Salvador era uno degli Stati più violenti del pianeta. Le gang – le famigerate maras – erano radicate nel tessuto urbano al punto da dettare legge nei quartieri popolari. Lo Stato appariva debole, frammentato, incapace di garantire sicurezza o sviluppo.
Bukele, con metodi duri e spesso criticati, ha ribaltato la situazione.
Con un piano di sicurezza radicale, l’arresto di migliaia di membri delle gang e la costruzione del Centro di Confinamento del Terrorismo, il Paese ha registrato il crollo più rapido del tasso di omicidi nella sua storia recente.
Per una larga parte della popolazione salvadoregna, questo risultato ha il valore di una liberazione
In America Latina, la religiosità non è un accessorio privato: è un linguaggio pubblico, un codice culturale profondamente radicato. Bukele lo sa e lo utilizza. Le sue parole sulla “guerra spirituale” non vanno lette come mera retorica religiosa, ma come la narrazione di un popolo che ha conosciuto la paura, il caos e la sopravvivenza quotidiana.
Nell’immaginario che Bukele evoca – eroi che combattono il male, popoli che resistono uniti, la preghiera come forza collettiva – c’è qualcosa che ha il sapore del mito latino-americano: la lotta tra luce e oscurità, tra ordine e violenza.
Per molti salvadoregni, Bukele è l’uomo che ha saputo incarnare questa lotta.
Per altri, è un leader che rischia di scivolare nel culto della personalità.
Bukele governa con sicurezza assoluta, a tratti con toni da comandante militare, altre volte con l’ironia di un influencer digitale.
È un presidente che parla sui social più che nei palazzi; che indossa giacche militari e cappellini da baseball; che cita la Bibbia, la cultura pop e la geopolitica nello stesso discorso.
Questo stile ibrido – moderno e arcaico, pop e solenne – lo rende difficilmente catalogabile.
E proprio per questo è diventato una figura globale.
Parlando di preghiera come arma, Bukele tocca un punto sensibile per il suo popolo: la fede come forza morale, come cemento identitario, come risposta all’angoscia.
Per molti cittadini, la lotta contro la violenza è stata davvero una battaglia spirituale: un passaggio dal buio alla serenità, dall’incubo quotidiano a una percezione nuova di futuro.
Il linguaggio religioso di Bukele non è quindi un ornamento, ma un modo per dire che la sicurezza non è solo polizia e carceri: è anche un popolo che riscopre sé stesso.
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