Arte

Baudelaire, il Nazismo e Minusio: il poeta vagabondo Stefan George

Stefan George è una delle figure più significative della letteratura tedesca, particolarmente nell’ambito del Simbolismo e dell’Estetismo. Il poeta di maggior rilievo dell’epoca guglielmina si oppose al Naturalismo e al Positivismo. E si distinse per il suo carattere misterioso e affascinante. I ritratti fotografici che ci sono pervenuti mostrano un uomo dallo sguardo penetrante e imponente, severo e austero. Secondo Jens Rieckmann è uno dei tre poeti tedeschi più importanti del suo tempo. Insieme con Hugo von Hofmannsthal e Rainer Maria Rilke ha dato il via alla rinascita della poesia tedesca all’inizio del secolo e ha messo fine alla “Sing-Sang Mode” della poesia tedesca post-romantica di poeti come Friedrich Bodenstedt, Adolf von Schack, Paul Heyse ed Emanuel Geibel, popolari all’epoca, oggi dimenticati. Ma negli ultimi anni, un po’ forzatamente a dire il vero, Stefan George è visto come scrittore che anticipa alcune delle preoccupazioni espresse dal movimento ambientalista e omosessuale.

Stefan George nacque il 12 luglio 1868 a Büdesheim, piccolo paesino presso di Bingen sul Reno, a circa venti minuti di treno da Magonza. Ulmi Roland ha evidenziato come Stefan derivi da Stephanos (corona) e George da Georgös (agricoltore), interpretabili come una persona di origine rurale, elevata al rango di poeta supremo (incoronato d’alloro). Fin dall’infanzia, si dedicò intensamente al mondo letterario e artistico. Le sue origini lorenesi e la pervasiva influenza culturale francese nella Renania spiegano il disprezzo con cui George guardava al mondo prussiano. Figlio di un oste benestante, il padre creò un contesto culturalmente ricco e lo avvicinò ai testi classici greci e latini e ai romantici tedeschi. Influenzato da Friedrich Hölderlin e da Henrik Ibsen, ma anche da William Shakespeare e Charles Baudelaire (avrebbe poi tradotto Les fleurs du mal), a quattordici anni, Stefan George compose la sua prima lirica.

Con linguaggio classico rigoroso, in versi concisi e cristallini, affrontò da subito il tema della nobiltà spirituale. Attribuiva al capitalismo, alla democrazia e alla borghesia la responsabilità di quello che percepiva come il carattere commerciale delle arti nella Germania guglielmina. Utilizzava parole arcaiche ed esoteriche, neologismi e costruzioni sintattiche e grammaticali complesse. Entusiasta della letteratura italiana, Stefan George tradusse cinquanta canti della Divina Commedia. E l’Italia la visitò frequentemente (Torino, Milano, Roma, Camogli), nei suoi continui viaggi europei, attraverso Germania, Austria, Svizzera, Francia, Paesi Bassi e Gran Bretagna. Studiò a Parigi, Berlino, Monaco e Vienna. Conobbe Paul Verlaine, Auguste Rodin, Émile Verhaeren e Algernon Swinburne. A ventiquattro anni, fondò i “Blätter für die Kunst”, un’impresa che continuò fino al 1914. Il periodico pubblicava i suoi contributi, osservazioni, saggi e liriche. Ma anche autori del calibro di Arthur Rimbaud, Stéphane Mallarmé, Gabriele D’Annunzio, Willem Kloos, Albert Verwey e Wacław Rolicz-Lieder.

I “Blätter” divennero il pilastro del George Kreis, che cercava di oltrepassare i confini del realismo impiegando simboli per comunicare verità profonde e suscitare echi emotivi. Sostenitore del rinnovamento culturale, Stefan George considerava l’arte uno strumento per trascendere le limitazioni del mondo materiale e favorire la coesione comunitaria. Le sue liriche di quel periodo incarnano l’essenza del simbolismo attraverso la loro ricchezza immaginativa e l’esplorazione di argomenti come amore, bellezza e condizione umana. Hymnen (1890), Der Teppich des Lebens (1892) e Die Bücher der Hirten und Preisgedichte (1895) consolidarono la sua fama di personaggio eccentrico della poesia germanica. Associò le sue tendenze cosmopolite all’anarchismo e si definì “socialista, comunardo, ateo”. Il ribellismo, letterario e sociopolitico di George era constatabile anche nel suo vestiario decadentista: abiti neri attillati, cappelli a cilindro, cravatte di broccato, il monocolo quadrato, il granello di incenso sulla punta della sigaretta.

Il poeta si iscrisse pro-forma all’Università di Vienna e nel 1891 incontrò il diciassettenne von Hofmannsthal. L’incontro ebbe un impatto duraturo su entrambi – la corrispondenza fu fittissima. Ma i due non potevano essere più diversi. Stefan George si considerava un aristocratico dello spirito, l’ambasciatore itinerante di una cultura dll’avvenire, basata sulla pura volontà e disciplina. Hofmannsthal, prodigio poetico, conduceva invece la vita tranquilla di un gentiluomo di campagna – ad eccezione di brevi escursioni, rimase sempre a casa sua a Vienna. Di converso, i due erano uniti nella loro opposizione al naturalismo, nel loro desiderio di superare la stagnazione della poesia post-romantica tedesca, nella considerazione del lavoro di un poeta come un mestiere. Tuttavia, George aveva una personalità carismatica quanto tirannica. Le sue avance nei confronti dell’austriaco furono intraprese da quest’ultimo come di natura sessuale. Marita Keilson-Lauritz ha confermato che il concetto di amore in George è di natura omoerotica.

Dopo la rottura con Hofmannsthal nel 1906, riprese il suo vagabondaggio tra Parigi, Bingen, Berlino, Monaco, Darmstadt, Marburgo, Heidelberg, senza stabilirsi in nessun luogo. Nel 1908, incontrò Claus Bekker, un giovane che divenne confidente e ispirazione artistica – la loro relazione si evolse in una dinamica maestro-discepolo. Conobbe anche il Premio Nobel Maurice Maeterlinck, la cui indagine della coscienza cosmica e dell’animo umano colpì la sensibilità artistica di George. L’influsso del belga è riconoscibile nelle opere successive di George, come Der siebente Ring (1907), che esplora i misteri dell’esistenza e l’aspirazione a esperienze trascendentali. Su Rilke, più giovane di sette anni, George esercitò un effetto perturbante. Nel 1900 il praghese subì una sorprendente evoluzione come pensatore e scrittore che lo condusse a capolavori Die Aufzeichnungen des Malte Laurids Brigge (1910), Duineser Elegien (1923) e Die Sonette an Orpheus (1923).

Curioso, ha sottolineato Ritchie Robertson che pur non essendosi mai incontrati George sentisse l’influenza di Friedrich Nietzsche. Si percepiva anche il leader che aveva creato un nuovo modo di vivere. Das Neue Reich, pubblicata nel 1928, raccoglieva testi vari, la maggior parte composta tra il 1914 e 1921, in cui George espresse la sua visione di un nuovo ordine, una società fondata su valori spirituali ed eccellenza artistica che lo consacrarono a padre di una nuova epoca (ed epica) in Germania. Considerato sia a destra che a sinistra il poeta rappresentativo del modernismo, alcuni suoi seguaci di George affermavano che il suo regno non era di questo mondo, ma “ein Geistiges Reich”. Paradossalmente, questa è anche l’epoca in cui le sue posizioni politiche di George vengono interpretate come nazionalistiche e conservatrici, per via delle questioni del presente, l’appello all’eredità culturale da preservare, la Natura oppressa dalla tecnologia.

Il titolo della raccolta fu piuttosto infelice a posteriori. Alcune poesie erano cupe e impressionanti; denunciano la civiltà moderna e ne predicano il rovesciamento apocalittico e il rinnovamento sotto la guida di un leader. George non aveva alcuna conoscenza diretta dei nazisti, anche se Joseph Goebbels aveva frequentato le lezioni di Friedrich Gundolf, eminente membro dei Kreis, a Heidelberg nel 1920 e aveva tentato senza successo di assicurarselo come relatore di dottorato. Fu l’entourage intorno al futuro ministro della Propaganda ad innalzare Stefan George a padrino del Terzo Reich senza che lui lo avesse mai richiesto o desiderato. Al contrario: riconobbe precocemente le minacce che il Nazionalsocialismo poteva rappresentare per la Germania. Dal 1928, non solo prese le distanze dalla dottrina, ma fu uno dei primi tedeschi ad arrivare nel Locarnese prima dell’ascesa al potere dei nazionalsocialisti, promotori a loro volta di un “neuer Reich” e “neuer Führer”.

Insomma, il regno di George apparteneva ad un’altra dimensione. Spirituale, esoterica, non assolutistica. Insensibile alle differenze tra il Reich georgiano e il Reich hitleriano, il letterato Goebbels tentò di sfruttare il prestigio del poeta simbolista. Il 12 luglio del 1933, giorno del sessantacinquesimo compleanno di George, organizzò persino una pomposa celebrazione e istituì il “Stefan George Preis” come massimo riconoscimento letterario tedesco. Quattro giorni prima, però, il poeta si era reso introvabile. Lasciò la casa paterna di Bingen, partì per Berlino per salutare i suoi amici e si trasferì sul lago di Costanza. Sostò ad Heiden (Appenzello esterno) e finalmente giunse sul Verbano. Affittò la casa Mulino dell’Orso, allora situata in Via del Sole, oggi rinominata Via Bacilieri 17, a Minusio. Qui visse stabilmente dall’autunno del 1931. Ma conosceva già la regione per avervi soggiornato brevemente anni prima.

Il Locarnese ha ospitato sempre attirato numerosi scrittori – Erich Maria Remarque, Stefan Zweig, Hermann Hesse, Kurt Tucholsky, Else Lasker-Schüler, Ignazio Silone, lo stesso Rilke, ma anche Paul Klee, Alexej von Jawlensky, Hugo Ball, Mikhail Bakunin. Come ha osservato Roland, al contrario delle opere di Hesse, il soggiorno ticinese del renano non ha ispirato creazioni letterarie. Negli anni a Minusio, la cerchia di George includeva anche due fratelli di nobile famiglia bavarese. Berthold von Stauffenberg, sarebbe stato anche nominato amministratore del patrimonio di George dopo la sua morte. Il minore era Claus von Stauffenberg, poi celebre per il coinvolgimento nell’Operazione Valchiria. Stefan George morì il 4 dicembre 1933. Il funerale si svolse a Minusio, dove il poeta riposa tuttora. La tomba è una semplice superficie piana costituita di lastre rettangolari di gneiss. L’apprezzamento dei nazisti per George fu breve. Già nel 1936 il “Stefan George Preis” fu ribattezzato “Nationaler Buchpreis”.

Amedeo Gasparini

www.amedeogasparini.com

Relatore

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