Il 5 novembre 1605 è una data che, nel mondo anglosassone, non è mai stata dimenticata. Anzi, viene ricordata ogni anno con falò, fuochi d’artificio e un rituale tanto singolare quanto inquietante: il rogo di un fantoccio umano. Quel fantoccio ha un nome preciso, Guy Fawkes, ed è diventato nei secoli molto più di un personaggio storico. È diventato un simbolo. E, nel nostro tempo, anche una maschera.
Guy Fawkes – noto anche come Guido Fawkes o John Johnson – era un cattolico inglese coinvolto in una delle più celebri cospirazioni della storia europea: la Gunpowder Plot, la Congiura delle Polveri. L’obiettivo era radicale e brutale: far saltare in aria il Parlamento inglese durante l’apertura solenne delle sessioni, uccidendo il re Giacomo I e l’intera élite politica del regno.
Il complotto fallì. Il 5 novembre 1605 le autorità scoprirono trentasei barili di polvere da sparo nascosti nei sotterranei della Camera dei Lord. Fawkes venne arrestato, torturato e giustiziato. Da allora, il potere inglese trasformò lo scampato attentato in una celebrazione annuale: la Guy Fawkes Night.
Ogni anno, bambini e adulti costruiscono un “Guy” con stracci e vecchi vestiti, lo portano in giro chiedendo offerte al grido di “A penny for the guy!”, e infine lo bruciano in un grande falò. Un rito popolare che, paradossalmente, mantiene vivo il ricordo di colui che avrebbe dovuto essere cancellato dalla storia.
Per secoli Guy Fawkes è stato presentato come un traditore, un terrorista ante litteram, un nemico dello Stato. Ma la storia ha un’ironia sottile: il potere che voleva umiliarlo ne ha garantito la memoria eterna.
Nel Novecento e soprattutto nel XXI secolo, la figura di Fawkes ha subito una trasformazione radicale. Il punto di svolta arriva con il fumetto e poi il film V for Vendetta, che trasforma il volto di Guy Fawkes in una maschera della ribellione contro il potere oppressivo. Non più il cospiratore sconfitto, ma l’uomo che osa sfidare un sistema percepito come ingiusto.
Da quel momento, la maschera di Guy Fawkes diventa globale. Viene adottata dal collettivo hacker Anonymous, che ne fa il simbolo dell’anonimato, della resistenza digitale, della sfida ai governi, alle multinazionali e ai sistemi di controllo.
Indossare quella maschera significa dire: non sono nessuno, quindi potrei essere chiunque. È la negazione dell’identità individuale a favore di un’identità collettiva, fluida, non controllabile. Una maschera che protegge, ma che allo stesso tempo inquieta.
Negli ultimi anni, però, la maschera di Guy Fawkes ha oltrepassato il confine della protesta simbolica per entrare in contesti più ambigui e talvolta tragici. È apparsa in manifestazioni degenerare in violenza, in rivolte urbane, in incendi e disordini. Anche in Europa, e persino in contesti alpini e apparentemente lontani da queste dinamiche, come Crans-Montana, la maschera è riemersa come segno di una rabbia anonima, slegata da una causa chiara, ma carica di distruttività.
Qui il simbolo si svuota del suo significato originario e diventa qualcos’altro: non più protesta contro il potere, ma estetica del caos. Un volto sorridente che accompagna il fuoco, l’incendio, la distruzione. Un paradosso inquietante.
Guy Fawkes oggi è una figura bifronte. Da un lato rappresenta la memoria storica di un conflitto religioso e politico dell’Europa moderna. Dall’altro è diventato l’emblema di un disagio contemporaneo profondo: la sfiducia verso le istituzioni, l’anonimato come rifugio, la ribellione senza volto e senza progetto.
La maschera che doveva proteggere i deboli dal potere rischia di diventare lo strumento dietro cui si nasconde l’irresponsabilità. E questo ci obbliga a una domanda scomoda: quando un simbolo di libertà smette di essere tale e diventa un alibi per la distruzione?
Forse, come spesso accade, il problema non è il simbolo in sé, ma l’epoca che lo indossa.
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