Da sei giorni l’Iran è attraversato da una nuova ondata di proteste antiregime, le più estese dal 2022, quando il movimento Donna, vita, libertà portò in strada centinaia di migliaia di persone. Questa volta, però, la miccia non è stata innescata da una singola vicenda simbolica, ma da qualcosa di ancora più corrosivo: il collasso economico.
La valuta nazionale, il rial, ha toccato un nuovo minimo storico, arrivando a 1,42 milioni di rial per dollaro, un dato che fotografa con crudezza l’erosione del potere d’acquisto e la perdita di fiducia nel sistema. A Teheran, la reazione è stata immediata: numerosi commercianti hanno abbassato le serrande, trasformando il centro della capitale in un segnale silenzioso ma potente di protesta.
Le mobilitazioni non si sono limitate alla capitale. Proteste sono state segnalate a Isfahan, Shiraz, Mashhad, Kermanshah, Hamadan e Azna, nella provincia del Lorestan. Proprio ad Azna la tensione è degenerata: alcuni manifestanti hanno incendiato una stazione di polizia e le forze di sicurezza hanno risposto aprendo il fuoco.
Secondo l’agenzia Fars, considerata vicina alle Guardie Rivoluzionarie, negli scontri sarebbero morte almeno tre persone. Fonti non ufficiali parlano di ulteriori vittime in altre località, ma il bilancio resta incerto, come spesso accade in Iran nei momenti di crisi.
A colpire è la composizione eterogenea delle proteste. In piazza non ci sono solo giovani attivisti o studenti universitari, ma anche commercianti, lavoratori e famiglie colpite direttamente dall’inflazione. In diverse città si sono uditi slogan apertamente ostili al regime, con richieste esplicite di un ritorno alla monarchia, un tabù politico che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato impensabile.
Un gruppo di studenti dell’Università di Isfahan ha diffuso una dichiarazione particolarmente dura: «La Rivoluzione islamica del 1979 è stata un errore storico, il cui prezzo è stato pagato dalla società iraniana fino a oggi. Una situazione che non è né difendibile né riformabile». Parole che segnano una rottura netta non solo con il presente, ma con il mito fondativo della Repubblica islamica.
Le proteste hanno rapidamente attirato l’attenzione internazionale. Dagli Stati Uniti, il presidente Donald Trump ha espresso sostegno ai manifestanti, scrivendo sulla piattaforma Truth Social che Washington interverrà a difesa della popolazione qualora le autorità iraniane tentassero di reprimere le proteste nel sangue.
Ancora più esplicita la posizione israeliana. Il Mossad ha pubblicato un messaggio sul proprio account X rivolto direttamente ai manifestanti: «È giunto il momento. Siamo con voi». Una presa di posizione che, pur avendo un forte valore simbolico, rischia anche di offrire al regime un argomento per delegittimare le proteste come frutto di ingerenze esterne.
A differenza delle mobilitazioni precedenti, questa ondata di proteste nasce da un fattore che il regime fatica a controllare: l’economia reale. La repressione può soffocare le piazze, ma non può fermare l’inflazione né restituire valore a una moneta ormai svalutata.
Per questo le proteste attuali rappresentano una sfida particolarmente insidiosa per Teheran. Non si tratta solo di dissenso politico o culturale, ma di una crisi sistemica, che colpisce la vita quotidiana di milioni di iraniani. Ed è proprio quando il pane diventa più raro delle parole, che i regimi iniziano davvero a tremare.
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