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Perché la Cina vuole Taiwan: potere, tecnologia e il cuore nascosto del mondo moderno

La parola “invasione” non viene mai pronunciata ufficialmente da Pechino. Eppure, da anni, la tensione tra la Cina e Taiwan cresce in modo costante, scandita da manovre militari, sorvoli intimidatori e dichiarazioni sempre più dure. Ma perché Taiwan è così importante da rischiare una guerra globale?

La risposta non è solo politica. È strategica, tecnologica ed economica.

Una questione irrisolta dalla storia

Per la Cina, Taiwan non è uno Stato indipendente, ma una “provincia ribelle”. Dopo la guerra civile cinese, nel 1949, i nazionalisti sconfitti si rifugiarono sull’isola, mentre sulla terraferma nasceva la Repubblica Popolare Cinese. Da allora, Pechino considera Taiwan parte integrante del proprio territorio, anche se di fatto è uno Stato autonomo, con un governo democratico, un esercito e un’economia avanzatissima.

Per il presidente Xi Jinping, la “riunificazione” non è solo una questione nazionale, ma una missione storica. Un obiettivo che rafforza il consenso interno e proietta la Cina come potenza capace di sfidare l’ordine mondiale guidato dagli Stati Uniti.

Il vero tesoro: la tecnologia

Ma la vera ragione per cui Taiwan è così cruciale non si trova nei manuali di storia. Si trova nei chip.

Taiwan è il cuore pulsante dell’industria mondiale dei semiconduttori. Qui ha sede la TSMC, la più importante fonderia di microchip al mondo. I suoi stabilimenti producono i semiconduttori più avanzati esistenti: quelli che fanno funzionare smartphone, satelliti, intelligenza artificiale, missili, auto elettriche, sistemi militari e reti di comunicazione.

Senza Taiwan, l’economia globale si fermerebbe. E senza accesso diretto a questa tecnologia, la Cina resta dipendente dall’estero, soprattutto dagli Stati Uniti, che negli ultimi anni hanno imposto severe restrizioni tecnologiche a Pechino.

Controllare Taiwan significherebbe spezzare questo cappio.

Terre rare e catene strategiche

C’è poi un altro aspetto meno visibile ma altrettanto decisivo: le catene di approvvigionamento. Taiwan non è solo un produttore di chip, ma un nodo centrale nella lavorazione di materiali avanzati, nella micro-ingegneria e nella chimica di precisione.

Le terre rare, fondamentali per elettronica, difesa e transizione energetica, passano anche da qui, integrate in filiere sofisticate che Pechino vorrebbe controllare direttamente. In un mondo dove le materie prime strategiche valgono quanto le armi, Taiwan è una cassaforte aperta… ma protetta.

Un’isola democratica davanti a un gigante autoritario

C’è infine una ragione più profonda, spesso sottovalutata: Taiwan è una democrazia funzionante. Elezioni libere, libertà di stampa, pluralismo politico. Per il Partito comunista cinese, l’esistenza di una Cina “altra”, prospera e democratica, è una minaccia ideologica.

Taiwan dimostra che un modello cinese non autoritario è possibile. Ed è proprio questo che Pechino non può permettersi di legittimare.

Perché il mondo trema

Un’eventuale invasione di Taiwan non sarebbe una guerra regionale. Coinvolgerebbe inevitabilmente gli Stati Uniti e i loro alleati asiatici, dal Giappone all’Australia. Le rotte commerciali verrebbero interrotte, i mercati collasserebbero, la tecnologia diventerebbe arma geopolitica.

Per questo, mentre Pechino alza la pressione militare e diplomatica, il mondo osserva con il fiato sospeso. Taiwan non è solo un’isola: è il baricentro del XXI secolo.

E la domanda che aleggia non è se la Cina lo voglia.
Ma quando – e a quale prezzo – sarà disposta a tentare di prenderla.

presidente taiwanese William Lai e il presidente cinese Xi Jinping (FOTO EPA

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