Un racconto di geopolitica e ombre
Nella notte di Caracas, il cielo era tagliato da elicotteri senza insegne. Nessuno parlava via radio: solo lampi infrarossi e ordini compressi nei gesti. L’operazione aveva un nome in codice — Orinoco Dawn — e, secondo i briefing a Washington, sarebbe durata meno di venti minuti.
Da mesi la CIA e il Comando Sud lavoravano con una rete di dissidenti venezuelani e agenti infiltrati nelle forze speciali di Miraflores. Le immagini satellitari avevano confermato la posizione di Nicolás Maduro: un complesso fortificato a Fuerte Tiuna, la cittadella militare al cuore del regime.
Alle 03:47 ora locale, un drone statunitense tagliò la corrente su tutta l’area. I generatori si accesero, ma troppo tardi. I commandos erano già dentro.
Un colpo sordo, poi un silenzio teso. Il presidente, colto nel sonno, non ebbe il tempo di indossare la giacca.
Alle 04:15, un C-17 Globemaster decollava dalla base aerea di La Carlota. A bordo, due figure ammanettate — Maduro e sua moglie, Cilia Flores — scortate da uomini senza nome né bandiera. Nessun annuncio ufficiale. Nessuna rivendicazione. Solo il rumore del jet che spariva nell’Atlantico.
Quando il presidente statunitense firmò l’ordine di “estradizione eccezionale”, il mondo si svegliò in un’altra era.
A New York, i giornalisti si accalcarono davanti al Metropolitan Detention Center di Brooklyn. Dietro le mura grigie, l’ex leader del “socialismo bolivariano” sedeva in una cella di isolamento. Il suo volto, stanco e incredulo, comparve per un istante nelle telecamere di sorveglianza interne — poi sparì, inghiottito dal protocollo federale.
Intanto, a Pechino e Mosca, i telefoni squillavano freneticamente. Le cancellerie parlavano di atto di guerra, di violazione della sovranità. Ma a Washington il linguaggio era un altro: “giustizia differita”.
Mentre i tribunali si preparano a processarlo per narcotraffico e criOperazione Orinoco
Un racconto di geopolitica e ombre
Nella notte di Caracas, il cielo era tagliato da elicotteri senza insegne. Nessuno parlava via radio: solo lampi infrarossi e ordini compressi nei gesti. L’operazione aveva un nome in codice — Orinoco Dawn — e, secondo i briefing a Washington, sarebbe durata meno di venti minuti.
Da mesi la CIA e il Comando Sud lavoravano con una rete di dissidenti venezuelani e agenti infiltrati nelle forze speciali di Miraflores. Le immagini satellitari avevano confermato la posizione di Nicolás Maduro: un complesso fortificato a Fuerte Tiuna, la cittadella militare al cuore del regime.
Alle 03:47 ora locale, un drone statunitense tagliò la corrente su tutta l’area. I generatori si accesero, ma troppo tardi. I commandos erano già dentro.
Un colpo sordo, poi un silenzio teso. Il presidente, colto nel sonno, non ebbe il tempo di indossare la giacca.
Alle 04:15, un C-17 Globemaster decollava dalla base aerea di La Carlota. A bordo, due figure ammanettate — Maduro e sua moglie, Cilia Flores — scortate da uomini senza nome né bandiera. Nessun annuncio ufficiale. Nessuna rivendicazione. Solo il rumore del jet che spariva nell’Atlantico.
Quando il presidente statunitense firmò l’ordine di “estradizione eccezionale”, il mondo si svegliò in un’altra era.
A New York, i giornalisti si accalcarono davanti al Metropolitan Detention Center di Brooklyn. Dietro le mura grigie, l’ex leader del “socialismo bolivariano” sedeva in una cella di isolamento. Il suo volto, stanco e incredulo, comparve per un istante nelle telecamere di sorveglianza interne — poi sparì, inghiottito dal protocollo federale.
Intanto, a Pechino e Mosca, i telefoni squillavano freneticamente. Le cancellerie parlavano di atto di guerra, di violazione della sovranità. Ma a Washington il linguaggio era un altro: “giustizia differita”.
Mentre i tribunali si preparano a processarlo per narcotraffico e crimini contro l’umanità, una domanda serpeggia nei corridoi del potere:
Chi sarà il prossimo a essere svegliato nel cuore della notte?
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