Quando l’orrore dell’inquinamento diventa un monito per il futuro
Nel deserto del Kuwait, per anni, si è esteso uno dei paesaggi più inquietanti creati dall’uomo contemporaneo: un cimitero di oltre 42 milioni di pneumatici usati, accumulati senza misura, come se la terra fosse infinita e la responsabilità inesistente. Un mare nero, tossico, visibile persino dallo spazio. Un simbolo perfetto dell’epoca dell’usa e getta, dove ciò che non serve più viene semplicemente spinto lontano dagli occhi, ma non dalla realtà.
Quando nel 2021 un incendio gigantesco ha avvolto quell’area, sprigionando fumi velenosi e una nube nera sopra il Golfo Persico, il mondo ha intravisto per qualche giorno ciò che normalmente preferisce ignorare: il prezzo ambientale della nostra mobilità, del nostro consumo, della nostra indifferenza.
I pneumatici non sono rifiuti qualsiasi. Sono materiali complessi, difficili da smaltire, altamente infiammabili e, una volta incendiati, capaci di rilasciare sostanze estremamente tossiche. Il rogo del deposito kuwaitiano non è stato solo un incidente industriale: è stato un grido del pianeta, una manifestazione visibile dell’accumulo incontrollato di scarti che la civiltà moderna produce ogni giorno.
Per diciassette anni, nel silenzio generale, quel deserto è diventato una discarica globale. Non una ferita improvvisa, ma una lenta metastasi ambientale.
Oggi, il governo del Kuwait annuncia una svolta: il cimitero dei pneumatici verrà smantellato e, al suo posto, sorgerà una “New Green and Smart City”. I 42 milioni di pneumatici verranno riciclati per produrre materiali per pavimentazioni, additivi per l’asfalto e altri componenti industriali. L’area, grande circa 62 chilometri quadrati, dovrebbe ospitare 25.000 edifici residenziali e fino a 400.000 persone.
È una promessa ambiziosa, quasi provocatoria: trasformare il simbolo dell’inquinamento in un laboratorio di sostenibilità. Ma la domanda resta sospesa nell’aria, insieme ai ricordi del fumo nero: basterà cambiare destinazione a ciò che è stato accumulato per anni senza coscienza?
Il cimitero di pneumatici del Kuwait non è un’anomalia. È solo più visibile. Discariche simili, più piccole ma non meno devastanti, esistono ovunque: ai margini delle città, nei Paesi poveri, nei mari. Il problema non è il deserto che ha accolto la gomma, ma il modello economico che la produce senza prevederne la fine.
Riciclare è necessario, ma non sufficiente. Se la montagna di pneumatici è potuta crescere fino a diventare la più grande al mondo, significa che il sistema ha funzionato esattamente come era stato progettato: produrre, consumare, scartare.
Costruire una città sopra quel cimitero ha un valore simbolico enorme. È come se l’umanità dicesse: abbiamo visto l’abisso, ora proviamo a coprirlo con il progresso. Ma una vera “green city” non può nascere solo dal riciclo dei rifiuti: deve nascere da una conversione dello sguardo, da un cambiamento culturale profondo.
Altrimenti, il rischio è che sotto le fondamenta delle case resti sepolta non solo la gomma, ma la memoria dell’errore.
Il cimitero dei pneumatici del Kuwait ci riguarda tutti. È lo specchio di una civiltà che ha separato il comfort dalla responsabilità, il consumo dalla conseguenza. L’orrore non è solo nella quantità di rifiuti, ma nel fatto che per anni nessuno abbia sentito l’urgenza di fermarsi.
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