In un tempo in cui la parola sovranità viene evocata come un valore sacro, il caso del Venezuela di Nicolás Maduro è tragicamente istruttivo. Per molti anni questo Paese ricchissimo di risorse — in particolare di petrolio, tra i più vasti al mondo — ha visto svanire ogni promessa di prosperità per il popolo. La ricchezza nazionale non è stata distribuita, bensì colonizzata politicamente e economicamente, finendo nelle mani di élite e di potenze straniere in cambio di appoggi al regime. Russia, Cina, Iran e Cuba sono stati descritti come alleati chiave del governo Maduro, coinvolti in accordi militari, economici e tecnologici che hanno consolidato un’autorità sempre più autoritaria e repressiva.
Non è un mistero che sotto la guida di Maduro molte istituzioni democratiche sono state smantellate: elezioni controllate, stampa sotto pressione, opposizione marginalizzata e una costante persecuzione di chi dissente. Organizzazioni internazionali per i diritti umani, come Human Rights Watch e Amnesty International, documentano da anni pratiche sistematiche di arresti arbitrari, torture e violazioni della libertà d’espressione.
Il risultato è stato un Paese in cui la popolazione vive in condizioni drammatiche: l’inflazione ha raggiunto livelli stratosferici, gli stipendi sono insufficienti per comprare beni di prima necessità, e milioni di venezuelani sono stati costretti all’emigrazione per sfuggire alla fame e alla paura.
Eppure, mentre migliaia di persone muoiono di fame e cercano rifugio altrove, c’è ancora qualcuno — qui in Italia e altrove — che si schiera in piazza in nome di Maduro, parlando di “diritto internazionale” o di antimperialismo. Questo atteggiamento non nasce da un’analisi critica: nasce da automatismi ideologici che preferiscono difendere un regime quando è etichettato “anti-occidentale”, anche se repressivo e responsabile di gravi abusi. Non è una questione di pensiero sbagliato, ma di pensiero assente, svuotato di empatia per chi soffre davvero sotto la dittatura.
La difesa acritica di Maduro tende a oscurare fatti concreti: non si tratta di un leader che lotta per l’indipendenza del suo popolo, ma di un uomo che ha trasformato lo Stato in un apparato di potere personalistico, schiacciando oppositori e praticando ogni forma di controllo politico e mediatico.
E allora la questione diventa semplice: difendere Maduro non è difendere il Venezuela, come qualcuno ingenuamente (o strumentalmente) afferma. È difendere un regime che ha tradito l’idea stessa di sovranità popolare, che ha sfruttato le risorse del paese per consolidare una rete di potere personale e internazionale, e che ha divorato il futuro dei suoi cittadini.
Se si vuole veramente parlare di diritto internazionale o di sovranità, si guardi al Venezuela con gli occhi di chi subisce repressione, non di chi conserva riflessi ideologici. Perché se davvero c’è qualcosa da difendere — oltre alla dignità del popolo venezuelano — è proprio il diritto a vivere liberi da dittature crudeli e predatrici, indipendentemente da quanto glamour possa apparire il loro slogan contro l’Occidente.
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