Generico

Paolo Sizzi (Nazione Lombarda) ad Abbiategrasso: l’errore spirituale di chi crede che il DNA sia più importante dell’anima

La conferenza di oggi di Paolo Sizzi, noto per i suoi simpatici ( ed eruditi!) interventi a La Zanzara sul tema della craniologia, tenutasi al Castello di Abbiategrasso, si è presentata come un intervento identitario, coerente con una linea di pensiero che da tempo insiste sulla centralità dell’etnos, della stirpe, del sangue come fondamento della comunità e della fratellanza. Un discorso che, pur nella sua struttura ordinata e nella capacità oratoria del relatore, rivela tuttavia un errore di fondo: quello di confondere l’appartenenza biologica con il legame umano, e la continuità genetica con il destino spirituale dell’uomo.

Il determinismo genetico [ volgarmente detto “razzismo”] è un’offesa nei confronti del libero arbitrio.

Le persone, infatti, non sono schiave né del proprio DNA nè del luogo geografico in cui sono nate.

Il riferimento del Sizzi , esplicito o implicito, agli studi razziali di Hans F. K. Günther non è secondario. È proprio lì che il discorso di Sizzi prende una direzione problematica. Günther, teorico del razzismo biologico novecentesco, concepiva l’uomo come prodotto della razza, determinato dal DNA, vincolato alla stirpe. In questa visione, l’identità precede la persona, e il sangue precede la libertà. È una concezione deterministica, che riduce l’essere umano a un dato naturale, negandogli la possibilità di trascendersi.

Ma qui sta il punto decisivo: il determinismo genetico è incompatibile con il libero arbitrio, e dè una forma sofisticata di materialismo. Se l’uomo è ciò che il suo DNA impone, allora non è più responsabile, non sceglie, non cresce. È legato per sempre alla sua origine biologica. Il razzismo, prima ancora di essere un’offesa morale, è un’offesa antropologica: nega la libertà, che è il cuore dell’umano.

Sizzi parla spesso di amore per i propri simili, per la propria comunità di riferimento — nel suo caso, i “grandi lombardi”. Ma l’amore per i propri simili, se autentico, non si trasforma mai in disprezzo per gli altri. Quando l’identità diventa esclusione, quando l’appartenenza si definisce per negazione, allora non siamo più nell’amore, ma nella paura. Non nella difesa della propria casa, ma nella costruzione di un recinto.

È qui che emerge la frattura più profonda con il cristianesimo. La fratellanza cristiana non nasce dal sangue, ma dall’amore; non dall’etnia, ma dalla scelta; non dalla nascita, ma dalla conversione. In Cristo, scrive san Paolo, “non c’è né giudeo né greco”: non perché le differenze vengano cancellate, ma perché non sono più il fondamento ultimo della comunione. La fraternità cristiana è un atto libero, non un dato biologico.

Il pensiero di Sizzi, dichiaratamente pagano, rifiuta questa prospettiva. E il rifiuto di Cristo — talvolta espresso anche in forma di disprezzo, in quanto nato in terra semita — non è un dettaglio secondario, ma una conseguenza logica della sua visione. Cristo spezza la logica della stirpe, perché chiama ciascun uomo per nome, non per genealogia. Introduce una fraternità che non può essere controllata dal sangue né chiusa nei confini etnici.

Il paganesimo identitario può anche apparire seducente in tempi di crisi, perché promette radici, ordine, appartenenza. Ma lo fa al prezzo della libertà. Il cristianesimo, al contrario, è più esigente: non ti garantisce un’identità già pronta, ma ti chiede di scegliere l’amore, anche quando costa.

Per questo l’errore di fondo del discorso di Sizzi non è solo storico o politico, ma profondamente umano. Non è il sangue a creare fratellanza, ma l’amore. E ogni ideologia che sostituisce l’amore con il DNA finisce per tradire l’uomo, prima ancora che Cristo.

Il determinismo genetico – volgarmente e non a torto chiamato razzismo – non è soltanto una teoria sbagliata sul piano scientifico o storico. È, prima ancora, un errore spirituale profondo, perché colpisce al cuore ciò che definisce l’uomo come tale: il libero arbitrio.

Secondo questa visione, l’essere umano sarebbe in larga misura prigioniero del proprio DNA, della stirpe da cui proviene, del luogo geografico in cui è nato. Il sangue diventerebbe destino, l’etnia una condanna o un privilegio, la biologia una forma di fatalismo. Ma un uomo così concepito non è più una persona: è un prodotto.

Cesare Lombroso

La tradizione cristiana – e con essa la migliore antropologia occidentale – rifiuta radicalmente questa impostazione. L’uomo è stato creato libero da Dio, non è determinato nè dalla misura del cranio nè dal luogo geografico di nascita. La libertà non è un’aggiunta secondaria, ma il segno stesso dell’immagine divina impressa nell’essere umano. Senza libertà non c’è responsabilità, non c’è scelta morale, non c’è possibilità di conversione. E senza conversione non c’è storia, ma solo ripetizione biologica.

San Paolo lo afferma con parole che hanno una portata rivoluzionaria: in Cristo non esistono né giudei né romani. Non perché le differenze storiche o culturali vengano annullate, ma perché non sono più ciò che definisce il valore dell’uomo. La fraternità cristiana non nasce dal sangue, ma dalla chiamata; non dalla genealogia, dalla stirpe o dalla lunghezza del teschio, ma dalla risposta libera all’amore.

La craniologia, la frenologia e le teorie razziali, oggi giustamente screditate, partivano da un presupposto simile: a determinate caratteristiche biologiche o morfologiche venivano associate qualità spirituali, morali, intellettuali. La forma del cranio, il colore della pelle, l’origine etnica diventavano indizi dell’anima. È difficile immaginare un errore più grave. Lo spirito non è misurabile, e non obbedisce a leggi biologiche. Ridurlo al corpo significa degradarlo.

Questo tipo di pensiero non solo è falso, ma è disumanizzante. Se il carattere, l’intelligenza, la vocazione di una persona sono già scritti nel suo patrimonio genetico, allora l’educazione perde senso, la redenzione diventa inutile, la libertà una finzione. L’uomo non sceglie più chi essere: semplicemente è ciò che la sua etnia gli impone di essere.

Il cristianesimo, al contrario, afferma che ogni uomo può scegliere. Può scegliere il bene o il male, può elevarsi o degradarsi, può amare o odiare, può accogliere Dio o rifiutarlo. Il suo futuro non è scritto nel sangue, ma nelle decisioni che prende. Ed è proprio questa possibilità di scelta che rende l’uomo degno, tragico, grande.

Il determinismo genetico è dunque un’offesa non solo alla scienza moderna, ma alla dignità stessa dell’uomo. Perché lo priva della sua vocazione più alta: essere libero davanti a Dio. Ogni ideologia che incatena l’uomo al DNA o alla stirpe non difende l’identità: nega l’anima.

E dove la libertà viene negata, anche Dio viene messo a tacere. Perché un Dio che crea schiavi biologici non è il Dio cristiano, ma una caricatura pagana del destino. Il Dio della Bibbia chiama, non costringe; propone, non predetermina; ama uomini liberi, non prodotti di laboratorio etnico.

San Michele che uccide il drago.
Relatore

Recent Posts

Ivan IV il Terribile e il figlio ucciso

Mi chiamano Groznyj — il Terribile. Ma io vi dico: non fui nato mostro. Fui…

1 ora ago

Maduro: il “custode” del petrolio o il carnefice del Venezuela?

In un tempo in cui la parola sovranità viene evocata come un valore sacro, il…

3 ore ago

La porta stretta…per far dimagrire i monaci ciccioni

C’è una porta, nel monumentale monastero cistercense di Santa Maria de Alcobaça, in Portogallo, che…

3 ore ago

Romano Amerio, san Tommaso e Campanella

Romano Amerio (1905-1997) è stato un importante filosofo, teologo, filologo e studioso cattolico svizzero di…

22 ore ago

La Pasqua – Non prima del 22 marzo, non dopo il 25 aprile

La festa della Pasqua cattolica cade la domenica successiva al primo plenilunio dopo l'equinozio di…

23 ore ago

Dalla Val Badia missionario in Cina, San Giuseppe Freinademetz è insegnamento d’amore e tenacia

In Val Badia, a Oies, sulle Dolomiti un tempo austriache, vi è un luogo che…

24 ore ago

This website uses cookies.