La fine del culto zoroastriano in Persia non avviene con un atto improvviso, né con un singolo editto di persecuzione. Non c’è un giorno preciso in cui il fuoco sacro si spegne. C’è invece un processo lungo, stratificato, implacabile, che accompagna la trasformazione dell’Iran da civiltà sasanide a provincia del mondo islamico.
Quando nel VII secolo crolla l’Impero sasanide sotto l’avanzata araba, lo zoroastrismo perde innanzitutto ciò che lo aveva reso storicamente resistente: lo Stato. Per secoli la religione di Zarathustra era stata intrecciata al potere politico, al diritto, alla fiscalità, all’ordine simbolico dell’impero. La caduta dell’apparato statale non significa solo un cambio di sovrano, ma la perdita della protezione che teneva insieme culto, società e paesaggio sacro.
Nel nuovo ordine islamico, gli zoroastriani vengono tollerati come dhimmi, sudditi protetti ma subordinati, al pari di ebrei e cristiani. Formalmente è uno status legale; concretamente è una condizione di inferiorità strutturale. La jizya, l’imposta personale sui non musulmani, viene riscossa con durezza crescente. Le fonti parlano di umiliazioni pubbliche, vessazioni, talvolta percosse per pagamenti incompleti. In questo contesto, la conversione all’Islam diventa per molti non una scelta teologica, ma una via di sopravvivenza sociale ed economica.
Alcune comunità resistono, altre si assottigliano lentamente, altre ancora si ritirano in zone marginali, meno esposte al controllo politico e religioso. Ma la vera svolta, come spesso accade nella storia delle religioni, non è solo fiscale o giuridica: è spaziale e simbolica.
Con l’avanzare dell’islamizzazione, il paesaggio sacro zoroastriano viene progressivamente smantellato. Molti templi del fuoco vengono demoliti o trasformati in moschee. L’Encyclopaedia Iranica è chiara: laddove il culto non viene cancellato del tutto, gli zoroastriani sono costretti a custodire i fuochi sacri in edifici bassi, anonimi, quasi indistinguibili da case povere. Il messaggio è evidente: per sopravvivere, bisogna diventare invisibili.
Dentro questa logica si colloca uno degli episodi più traumatici nella memoria zoroastriana: l’abbattimento del cipresso sacro di Kasmar nell’861, ordinato dal califfo abbaside al-Mutawakkil. L’albero, piantato secondo la tradizione dallo stesso Zarathustra, era un simbolo vivente della continuità religiosa persiana. Nonostante suppliche e ammonimenti, il califfo ne ordina il taglio per usarne il legno nel proprio palazzo. Il gesto è di una violenza simbolica estrema: non solo distruggere il culto, ma profanare la memoria. Che al-Mutawakkil venga assassinato prima che il tronco arrivi a destinazione non cancella il significato dell’atto, che resta inciso come ferita nella coscienza collettiva.
Nei secoli successivi, le comunità zoroastriane sopravvivono in forma sempre più frammentata. All’inizio del XVI secolo, probabilmente non superano le ventimila unità. Ma è con l’avvento dei Safavidi che la pressione torna ad aumentare. L’istituzionalizzazione dello sciismo come religione di Stato e lo zelo di parte del clero portano a conversioni forzate, soprattutto nelle aree dove gli zoroastriani sono più concentrati, come Yazd e Kerman. Le strutture rituali vengono profanate o demolite; i fuochi sacri nascosti in camere laterali, come atto di autodifesa religiosa.
Alla fine del XVI secolo, gli zoroastriani rimasti sono meno di diecimila, su una popolazione di otto-dieci milioni di persone. Non una scomparsa improvvisa, ma una erosione continua, ottenuta attraverso tasse, marginalizzazione, distruzione del sacro, pressione sociale e violenza simbolica.
La storia della distruzione dello zoroastrismo non è solo un capitolo della storia iranica. È un monito universale: le religioni non muoiono solo quando vengono proibite, ma quando vengono private dello spazio, della visibilità, della dignità pubblica. Quando il sacro viene costretto a nascondersi, il fuoco continua a bruciare — ma sempre più in basso, sempre più in silenzio, finché resta solo una brace nella memoria.
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