Estero

L’SVR accusa il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli di essere un agente NATO? Geopolitica e religione: lo scontro tra Mosca e Costantinopoli oltre la fede

Negli ultimi giorni ha iniziato a circolare sui social un post che riprende presunte dichiarazioni del Servizio di intelligence estero russo (SVR), secondo cui il Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo sarebbe un “agente” della NATO e degli Stati Uniti. L’accusa, di una gravità estrema, si inserisce in un contesto già profondamente segnato dallo scontro geopolitico e religioso tra Mosca e il Patriarcato ecumenico, esploso in modo evidente dopo il riconoscimento dell’autocefalia della Chiesa ortodossa ucraina nel 2019.

È importante chiarire subito un punto: non esistono prove pubbliche, documenti verificabili o riscontri indipendenti che confermino un coinvolgimento diretto del Patriarca Bartolomeo come “agente” di potenze occidentali. Si tratta di accuse politiche, formulate in un contesto di guerra, propaganda e ridefinizione degli equilibri religiosi nello spazio post-sovietico.

L’autocefalia ucraina e la frattura ortodossa

Il riconoscimento dell’autocefalia della Chiesa di Kiev da parte di Costantinopoli ha rappresentato uno strappo storico: Mosca lo ha vissuto come una perdita di influenza spirituale, culturale e geopolitica su un’area ritenuta parte del proprio mondo storico e religioso. Da allora, il Patriarcato ecumenico è diventato, agli occhi russi, non più un arbitro spirituale, ma un attore politico ostile.

In questo quadro si inseriscono le accuse secondo cui Costantinopoli starebbe esercitando pressioni su chiese ortodosse del mondo slavo e dei Paesi baltici per spingerle a rompere i legami con il Patriarcato di Mosca. L’obiettivo dichiarato, secondo questa narrazione, sarebbe l’indebolimento della Chiesa ortodossa russa e di quella serba, considerate pilastri identitari e geopolitici dell’area euroasiatica.

Religione come campo di battaglia

Quello che emerge con chiarezza è che la religione ortodossa non è più soltanto una questione teologica, ma è diventata un vero e proprio campo di battaglia geopolitico. Le accuse rivolte a Bartolomeo non vanno lette come un’indagine giudiziaria, ma come un atto di delegittimazione simbolica, tipico delle guerre ibride contemporanee, in cui intelligence, media, religione e identità nazionale si intrecciano.

In questa logica, il Patriarca ecumenico viene dipinto come un “braccio spirituale dell’Occidente”, mentre Mosca si presenta come difensore della vera ortodossia tradizionale contro l’ingerenza atlantica. Una narrazione che serve soprattutto a consolidare il consenso interno, rafforzando l’idea di un assedio culturale e religioso oltre che militare.

Un linguaggio che segnala escalation

Colpisce il linguaggio utilizzato: parlare di “agente NATO” applicato a un patriarca religioso segna un salto di qualità nello scontro, perché sposta il conflitto dal piano ecclesiastico a quello della sicurezza nazionale. È una retorica che tende a trasformare il dissenso teologico in tradimento politico, con conseguenze potenzialmente gravi per il clero e i fedeli nei Paesi coinvolti.

Al di là delle accuse non dimostrate, ciò che appare evidente è che la frattura tra Costantinopoli e Mosca è ormai irreversibile nel breve periodo. La Chiesa, da spazio di comunione, è diventata strumento di potere e di influenza globale. In questo scenario, la fede rischia di essere schiacciata tra interessi strategici contrapposti, mentre i fedeli si trovano coinvolti in uno scontro che va ben oltre la teologia.

Più che chiederci se un patriarca sia “agente” di qualcuno, la domanda vera è un’altra: quanto la religione può sopravvivere quando viene assorbita completamente dalla logica della geopolitica?

Relatore

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