Liliane Tami, filosofa – che conobbe Renato del Ponte
La chiesa è come un pastore: deve guidare le pecore in sicurezza e ammonirle quando si trovano a cospetto di una vipera. Per questo, nel 1928 il nome di Julius Evola entra in modo clamoroso nel mirino del mondo cattolico. Questo esoterista, oggi idolo nel neo-fascismo, coi suoi libri porta le persone in ricerca spirituale non verso a verdi pascoli sereni bensì verso ad oscuri abissi ricolmi di rovi. Lo stesso Evola, infatti, è morto miseramente in un appartamento oscuro e sporco tra lattine di birra vuote e prostitute che gli leggevano fumetti. ( Testimonianzia diretta di Renato del Ponte).
La chiesa, quindi, ha messo in guardia le persone spiegando i pericoli della dottrina evoliana. Non attraverso un decreto ufficiale della Congregazione del Sant’Uffizio – l’antenata dell’attuale Dicastero per la Dottrina della Fede – ma tramite ambienti teologici e apologetici strettamente legati alla sua orbita, in particolare attraverso la Revue Internationale des Sociétés Secrètes (RISS), rivista francese cattolica specializzata nello studio e nella denuncia delle correnti esoteriche, massoniche e occultistiche.
È qui che Evola viene pubblicamente indicato come pericoloso avversario spirituale del cristianesimo, e addirittura definito, in senso dottrinale,“satanista”. Un’accusa pesantissima, che va però compresa nel suo significato teologico più profondo.
Le critiche rivolte a Evola non nascono da un equivoco, ma da una lettura attenta dei suoi scritti di quegli anni: Imperialismo pagano, Teoria dell’individuo assoluto, Introduzione alla magia. In queste opere Evola non si limita a rifiutare il cristianesimo: lo attacca frontalmente, accusandolo di aver corrotto la spiritualità occidentale, di aver esaltato i deboli, di aver distrutto la dimensione eroica e sacrale dell’uomo antico. Il cristianesimo, per Evola, è la decadenza dello spirito indo-ariano e guerriero dei suoi antenati europei.
Questo rifiuto della chiesa non è solo intellettuale. È metafisico. Evola propone una via spirituale perversa ( per-vertire, su versi errati) fondata su una conoscenza iniziatica, elitaria, auto-redentiva, in cui l’uomo non si salva per grazia, ma per auto-divinizzazione. La trascendenza non viene accolta, ma dominata attraverso la volontà di potenza di sapore nietszcheano. Per Evola il Cristo -risorto non esiste più: vi sono solo delle divinità simboliche e mitiche da imitare.
È per questo che la chiesa, nel 1928, aveva accusato Evola di satanismo, riferendosi alla sua weltanschauung. Satanismo, in questo caso, non va inteso nel senso banale di culti demoniaci o riti blasfemi, ma nel significato teologico classico: la ripetizione del peccato luciferino, l’“eritis sicut dii”, il tentativo dell’uomo di farsi dio senza Dio, contro Dio.
L’esoterismo evoliano rappresenta una inversione radicale dell’ordine cristiano: non l’umiltà, ma la superbia; non l’incarnazione, ma il trionfo della carne e del DNA nell’arianizzazione. Il super uomo ariano, non cerca la redenzione, bensì l’ascesi come potere; non si inchina alla croce, ma anela alla volontà di dominio. È una spiritualità senza amore, senza misericordia, senza compassione per i deboli. E’ una spiritualità crudele e perversa che si realizza proprio nel peccato di superbia, la hybris, la tracotanza che ha fatto cascare Icaro e peccare Adamo ed Eva.
Per questo la RISS e la chiesa avevano ammonito le persone: Evola può essere seducente, ma è un pensatore intrinsecamente anticristiano, portatore di una “contro-religione” che, pur mascherandosi da Tradizione, conduce a una forma di ribellione metafisica, ad una forma di individualismo superomista che smarrisce completamente il suo rapporto con il Dio d’amore e il prossimo. Questa sottile forma di satanismo esoterico non è folklore, ma una categoria teologica: la scelta consapevole di un principio spirituale opposto al Logos cristiano.
Non ci fu, è bene ribadirlo, un atto giuridico del Sant’Uffizio, né una condanna canonica formale. Ma il giudizio dottrinale fu nettissimo. Evola venne collocato, senza ambiguità, nel campo delle correnti incompatibili con la fede cristiana, e indicato come autore pericoloso per le anime, soprattutto per quelle attratte da una spiritualità “alta” ma sradicata dalla rivelazione.
A distanza di quasi un secolo, quel giudizio resta uno dei più duri mai espressi dal mondo cattolico nei confronti di un intellettuale laico del Novecento. Non per motivi politici, ma per una ragione più profonda: perché in gioco non c’era un’idea, ma una visione dell’uomo e del divino radicalmente opposta al cristianesimo
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