Svizzera

World Economic Forum 2026

Davos, quest’anno, non è soltanto il palcoscenico del potere economico globale. È diventato il teatro di una nuova e delicata partita geopolitica, in cui Donald Trump torna a occupare il centro della scena con una mossa che ha spiazzato alleati e osservatori: la proposta di istituire un “Board of Peace” per Gaza, con una cerimonia di firma fissata per giovedì 22 gennaio, a margine del World Economic Forum.

Secondo gli inviti inviati direttamente dal presidente americano ai capi di Stato e di governo, la cerimonia dovrebbe svolgersi al centro congressi di Davos e sancire la nascita di un Consiglio per la Pace voluto e promosso da Trump. Un’iniziativa che, nelle intenzioni ufficiali, si presenta come un passo verso la stabilizzazione del conflitto in Medio Oriente, ma che ha subito sollevato interrogativi profondi sulla sua natura e sulle sue reali finalità. Le perplessità non riguardano solo i contenuti della Carta fondativa – ancora poco chiari – ma anche il metodo: l’idea che l’adesione all’organismo possa comportare un contributo economico di un miliardo di dollari ha alimentato il sospetto che si tratti di un consesso fortemente personalizzato, se non addirittura di un tentativo di costruire una struttura alternativa alle Nazioni Unite, con Trump in posizione dominante.

Il contesto in cui questa proposta emerge rende il quadro ancora più teso. Davos si svolge infatti in un clima di forti frizioni tra Stati Uniti ed Europa, acuite dalla questione della Groenlandia e dalle minacce di ritorsioni commerciali. Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha messo in guardia l’Unione europea da eventuali controdazi, definendoli “molto imprudenti” e rivendicando l’interesse strategico degli Stati Uniti sull’isola artica. Parole che hanno suscitato reazioni contrastanti in Europa, dove alcuni leader invocano prudenza e dialogo, mentre altri denunciano una pressione americana sempre più assertiva.

In questo scenario frammentato, Davos diventa il luogo degli incontri mancati e delle assenze significative. La Danimarca ha deciso di non partecipare al Forum proprio a causa delle tensioni con Washington sulla Groenlandia. L’Iran, pur invitato, è stato escluso dagli organizzatori dopo le recenti repressioni interne. Allo stesso tempo, leader come il cancelliere tedesco Friedrich Merz cercano di usare il Forum come spazio di de-escalation, dichiarando la volontà di parlare direttamente con Trump per evitare una spirale di conflitti tra alleati.

Accanto a queste dinamiche, il Forum resta anche una vetrina politica. Javier Milei arriva a Davos con l’obiettivo di rafforzare il profilo internazionale dell’Argentina e di rassicurare i mercati, mentre in Europa figure come Nigel Farage criticano apertamente i dazi americani, temendo che una guerra commerciale tra partner storici finisca per danneggiare tutti.

La proposta del Board of Peace per Gaza si inserisce così in un quadro più ampio, in cui la diplomazia tradizionale appare indebolita e sempre più personalizzata. Davos, nato come luogo di dialogo multilaterale, si ritrova a ospitare iniziative che riflettono un mondo frammentato, dove la ricerca della pace, la competizione strategica e l’uso politico dell’economia si intrecciano senza una chiara architettura condivisa. La domanda che resta sospesa, tra le montagne svizzere, è se questo nuovo protagonismo possa davvero contribuire alla stabilità globale o se rappresenti l’ennesimo segnale di un ordine internazionale in cerca di equilibrio.

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