Ticino

Oltre il bianco e il nero: la tolleranza come esercizio di spiritualità

Maria Pia Ambrosetti – HelvEthica Ticino

Viviamo in un tempo che privilegia le risposte rapide e le posizioni nette. La complessità della realtà viene spesso compressa in schemi binari: vero o falso, giusto o sbagliato, amico o nemico. Questa lettura manichea del mondo non è soltanto una semplificazione intellettuale, ma anche una rinuncia interiore. Accettare che la realtà sia più articolata di quanto vorremmo richiede infatti uno sforzo che non è solo razionale, ma profondamente spirituale.

La tolleranza, in questo senso, non va intesa come semplice sopportazione dell’altro, né come relativismo passivo. È piuttosto un esercizio di disciplina interiore: la capacità di sospendere il giudizio immediato, di riconoscere i limiti della propria conoscenza e di accettare che la verità, soprattutto nei fenomeni storici e sociali, emerga solo attraverso l’ascolto di prospettive molteplici. Informarsi a 360 gradi non è quindi un gesto neutro, ma un atto di responsabilità verso sé stessi e verso la comunità.

Formarsi un’opinione corretta significa esporsi alla complessità, accettare il disagio del dubbio e resistere alla tentazione delle narrazioni semplici. Questo processo implica umiltà: la consapevolezza che nessun individuo, nessun gruppo e nessuna fonte possiedono una visione totale dei fatti. In tal senso, la tolleranza diventa una pratica di maturazione personale, un allenamento costante contro l’arroganza delle certezze assolute.

Il recente “caso Maidan” rappresenta in modo emblematico questa difficoltà. Non è riducibile a una contrapposizione lineare tra due fronti morali, ma riflette una frattura profonda della società, il risultato di tensioni storiche, identitarie, politiche ed economiche stratificate nel tempo. Leggerlo come una vicenda in cui scegliere da che parte stare, come si farebbe in una competizione sportiva, significa sottrarsi allo sforzo di comprensione e trasformare un dramma collettivo in un oggetto di tifoseria.

Le guerre, in generale, non sono una partita di calcio. Non esistono spalti neutrali né vittorie senza costi. Ogni conflitto porta con sé sofferenze diffuse, responsabilità complesse e conseguenze che superano di gran lunga la durata degli eventi militari. Ridurre tutto a slogan o a schieramenti consolida identità contrapposte, ma impoverisce il pensiero e anestetizza la coscienza.

È qui che la tolleranza assume una dimensione autenticamente spirituale. Richiede autocontrollo, capacità di ascolto e disponibilità a convivere con l’incertezza. Significa riconoscere la dignità delle opinioni altrui, soprattutto quando sono motivate e argomentate, anche se mettono in crisi le nostre convinzioni. Non si tratta di rinunciare al giudizio, ma di fondarlo su un processo di comprensione onesto e rigoroso.

Una società che perde questa capacità si polarizza, si frammenta e si irrigidisce. Al contrario, una società in cui la tolleranza è praticata come virtù interiore — prima ancora che come norma esterna — è più coesa e più pacifica. In un mondo attraversato da conflitti e semplificazioni, reimparare la tolleranza come esercizio di spiritualità significa recuperare la profondità del pensiero e la responsabilità del dialogo, condizioni indispensabili per una convivenza civile fondata non sul tifo, ma sulla comprensione.

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