Qualche tempo prima di Natale 2025 se ne è andato – ad appena 72 anni – Franco Celio, vinto da un male
che lo aveva negli ultimi tempi progressivamente debilitato. Lo vogliamo rammentare però come è rimasto
impresso nella nostra memoria quando era nel pieno della sua vitalità e delle sue attività.
Molti ricordi si affollano nella mente pensando a lui; i primi risalgono al 1972 quando lo incontrai per la prima volta al
convitto maschile della Magistrale, lui in terza e poi in quarta magistrale ed io di 4 anni più giovane che
seguivo il corso preparatorio alla magistrale (corrispondente alla quarta e quinta ginnasio per chi veniva
dalle scuole maggiori). Da lì via, non ci siamo più persi di vista ed ebbi modo di rivederlo spesso. Egli mi
offerse la sua amicizia e me la conservò anche in momenti in cui ci trovammo talvolta su fronti accesamente
contrapposti (per esempio all’inizio degli anni 2000 in occasione della votazione sulle scuole private). Fu lui
che mi cooptò nel 1988 nel consiglio direttivo della STAN. Al di là di qualche presa di posizione
appassionata, egli era di regola razionale; e non era settario. Come docente difendeva le ragioni della
categoria, ma non in modo smaccatamente sindacal-rivendicativo come certi suoi colleghi.
Franco (o “Frenchiu” nella parlata dialettale alto-leventinese) era sostanzialmente un centrista nato, nel
senso positivo del termine, vale a dire: mirava a trovare soluzioni ragionevoli e di buon senso che potessero
trovare il consenso della maggioranza. Ma ciò che lo distingueva dai ministeriali convenzionali era sin dalla
Magistrale il suo spirito indipendente e il suo interesse attivo per la politica, per lo studio della storia e delle
istituzioni attraverso cui giungeva a farsi spesso una sua personale opinione su questo o quel tema.
L’interesse per la storia e la geografia dei vari paesi, per la storia del pensiero politico e per la politica tout
court sono stati una caratteristica costante di Frenchiu: egli era un lettore instancabile sin dai tempi della
scuola e non smise mai di leggere. Ha fatto bene l’on. Alex Farinelli a rammentarlo nel suo ricordo apparso
sul “Corriere del Ticino”. Anch’io ebbi modo di osservare con ammirazione come egli potesse portare avanti
la lettura di un libro o di un documento anche in condizioni non ottimali (come per es. quando arrivi un
quarto d’ora in anticipo a una riunione, oppure quando aspetti un treno o in un ristorante rumoroso); dico
con ammirazione perché personalmente, se avevo davanti a me meno di due ore, al massimo leggevo i
giornali ma ero restìo a iniziare una lettura impegnativa che poi dovevo interrompere “x” volte. Egli sapeva
invece “tener da conto” il tempo, come è giusto fare con una risorsa preziosa.
In tema di lettura ricordo che
quando qualche decennio fa facemmo dei viaggi per visitare delle città francesi o tedesche, sempre quando
si arrivava in una città la prima cosa che egli faceva dopo aver parcheggiato l’auto era di andare a comperare
in una qualche edicola i giornali locali, oppure di andare a leggerli in un qualche bar. Voleva leggere (se
c’era) il giornale della città, non il grande giornale nazionale, per cercare di captare lo “spirito dei luoghi”;
parimenti cercava se c’erano giornali di diverso orientamento politico, per confrontarli. La stessa cosa si
ripeteva quando si andava per qualche impegno in Svizzera interna. Oggigiorno c’è chi sorriderà a sentire
tali cose: nel frattempo sono passati alcuni cicloni nel nostro paesaggio mediatico (concentrazioni editoriali,
internet e così via). Ma ritengo che c’era qualcosa di encomiabile nel suo modo di fare: c’era la convinzione
che informarsi in modo completo fosse un dovere del buon cittadino; sentire e leggere l’opinione delle più
svariate parti, al fine di farsi la propria opinione ponderata.
La stessa cosa valeva ovviamente per i libri: egli aveva accumulato una vasta biblioteca sulla storia francese
del Novecento. Quando andava in viaggio in qualche città transalpina non mancava mai di visitare librerie o
mercatini dei libri usati, alla ricerca di qualche libro interessante. Talvolta poi me li passava, quando li aveva
letti e non riteneva necessario conservarli; anche, va detto, – dopo il matrimonio – su pressione della moglie
Rita che era preoccupata dell’espandersi dei volumi nella biblioteca di casa. Devo a lui di avere letto alcuni
libri insoliti sulla storia politica francese, grazie ai quali ne ho approfondito la conoscenza. Per esempio il
libro “Mon Léon Blum ou les défauts de la statue” di Louis Guitard (che in sostanza è una confutazione –
che si legge d’un fiato perché è scritta nello stile del pamphlet – della biografia di Blum scritta da Jean
Lacouture). Un altro è il libro “Laval” scritto da Fred Kupferman, una biografia a tratti commovente di Pierre
Laval, che illustra equanimemente meriti ed errori di colui che per la politica di collaborazione con l’invasore
tedesco dopo la sconfitta del 1940 è ritenuto oggi dai più come la “bestia nera” della storia di Francia.
A proposito del “tener da conto”, egli aveva la buona abitudine, quando si arrivava in una città e si cercava
un hotel in cui pernottare, di farne passare almeno due o tre al fine di confrontare i prezzi riuscendo talvolta
a trovarne uno più a buon mercato. Ricordo che quando si arrivava magari stanchi del viaggio, talvolta
personalmente avrei preferito accettare il primo hotel trovato senza dover fare tanti giri per trovarne uno
più conveniente. Non era spilorceria da parte sua, ma un riflesso dell’educazione alla parsimonia che aveva
ricevuto. Peraltro egli sapeva anche avere gesti di generosità con gli amici.
In punto a dissensi su temi politici, ricordo in particolare quello sul pedaggio ai tunnel alpini: agli inizi degli
anni ’80, da ambientalista un po’ “schwarzenbachiano” io sostenevo convintamente l’idea del pedaggio al
S.Gottardo al fine di colpire il traffico straniero di transito, che era stata rilanciata dalla proposta di un
consigliere nazionale PPD argoviese; Franco era invece accesamente contrario. Poco tempo dopo facemmo
un viaggio in Francia e una sera pernottammo a Nancy; in camera ci mettemmo a discutere del pedaggio
alpino con tale foga, che vennero a bussare alla porta pregandoci di abbassare i toni….Molti anni dopo ebbi
però la sorpresa di sentirmi dire da Franco: “Sul pedaggio alpino a dire il vero ho un po’ cambiato opinione;
non avevi tutti i torti tu a sostenerlo”.
Altri, in particolare Farinelli e anche Armando Donati su “L’Agricoltore ticinese”, hanno già ricordato
l’encomiabile impegno civico e politico di Frenchiu, che si aggiungeva alla sua attività di docente impegnato.
In breve rassegna: egli fu per molti anni presidente del Patriziato generale e consigliere comunale di Quinto,
più tardi municipale; per un certo periodo fu presidente della STAN indi redattore della sua rivista
associativa “Il nostro paese”; a partire dal 1992 fu per più di 10 anni presidente dell’Alleanza patriziale
ticinese e per qualche anno pure membro del consiglio direttivo della Regione Tre Valli. Infine dal 2000 al
2019 deputato in Gran Consiglio. Senza dimenticare poi la sua assidua partecipazione ai vari consessi
partitici nell’ambito del PLRT. Armando Donati ha ricordato giustamente l’impegno di Franco nella difesa
degli interessi delle regioni di montagna, da sempre tramite la sua attività pubblicistica e in seguito anche
come granconsigliere; egli ha ricordato in particolare la preveggenza con cui Franco seppe mettere in
guardia già parecchi anni fa sul pericolo rappresentato dalla diffusione del lupo per l’allevamento nelle
nostre valli e per la tradizione del libero escursionismo.
Ancora oggi resto incredulo di fronte alla repentinità con cui la malattia l’ha portato via. Resta un caro
ricordo di lui: una persona che ha cercato di fare il suo dovere, impegnandosi senza risparmio per cercare di
fare bene il proprio lavoro e dare un giudizio indipendente e spassionato sui temi che animano la vita
pubblica. Per cercare di essere, per quanto possibile, equanime nel giudizio sulle cose. Addio Frenchiu.
Paolo Camillo Minotti
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