Cultura

Aristotele Onassis, la divina Callas e Jackie

Dopo Dallas, il mondo smise di respirare.
Il 22 novembre 1963, il sangue di John Kennedy si sparse sul vestito rosa di Jackie, e nulla fu più come prima.
Lei non gridò. Non pianse. Rimase immobile accanto al corpo del marito, come se la Storia, nel suo gesto, avesse trovato un ultimo decoro. Da quel giorno, Jacqueline Kennedy non appartenne più a nessuno: era un’icona, una reliquia, un fantasma.

Onassis seguiva tutto da lontano, dal mare. Guardava quella vedova bella come la tragedia e sentiva, per la prima volta, una compassione che somigliava al desiderio. Capì che quella donna ferita poteva capovolgere il suo destino.
Ma a Parigi, Maria lo aspettava ancora.

Maria Callas viveva tra i velluti e i dischi, nell’appartamento di Avenue Georges-Mandel. Aveva lasciato il palcoscenico, o forse era il palcoscenico ad aver lasciato lei. Cantare, senza di lui, non aveva più senso.
Ogni tanto Onassis tornava: una settimana, un giorno, una notte. Entrava, la guardava come si guarda una città dopo un terremoto, e poi spariva di nuovo, lasciando dietro di sé il profumo dell’Egeo e delle promesse non mantenute.
Lei lo amava come solo chi ha perduto può amare — fino all’umiliazione, fino al silenzio.

Tra il 1964 e il 1967 il mondo sembrava accelerare: guerre, rivoluzioni, il sogno americano che si sbriciolava. E i tre — Onassis, Maria, Jackie — si muovevano come satelliti intorno allo stesso vuoto.
Lui, ormai diviso tra due donne e due idee di sé.
Maria, che cantava per nessuno.
Jackie, che cercava di sopravvivere alle fotografie, al clamore, al fantasma di un uomo ucciso in diretta.

Si incontrarono — o forse si sfiorarono — tra una crociera e un ricevimento. Jackie salì sullo Christina O per riposare, ma la quiete era una parola che non esisteva più. Onassis la corteggiava con la discrezione di chi conosce già la fine, mentre Maria lo sentiva scivolare via come una voce che si spegne sul palcoscenico.

E poi venne l’autunno del 1968.
L’Europa respirava un’aria strana, carica di speranze e rovine. Onassis decise che era il momento di siglare la propria immortalità: sposare Jacqueline Kennedy, la donna che incarnava la tragedia americana, la bellezza sacra e irraggiungibile.
Il 20 ottobre, sull’isola privata di Skorpios, si celebrarono le nozze. C’erano fotografi, ministri, curiosi, e il mare intorno che sembrava assistere in silenzio, come un vecchio complice.

A Parigi, Maria Callas chiuse le finestre.
Non accese la luce.
Si racconta che mise sul giradischi l’ouverture di Norma e restò seduta sul divano, immobile, mentre la voce della sua stessa giovinezza le tornava addosso come un’onda.
Quel giorno, capì che l’amore era finito. O forse no — che l’amore non finisce mai, semplicemente cambia forma: diventa assenza, diventa condanna.

Intanto Jackie, sull’isola, sorrideva ai flash. Era bellissima e vuota, come una statua appena scolpita. Onassis le teneva la mano, ma il suo sguardo era già altrove — forse verso Parigi, verso quella voce che nessun matrimonio avrebbe mai potuto cancellare.

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