Cultura

cosmi ǀ minimi: il gesto poetico di disattivazione gerarchica dell’immanenza – una nota di lettura di Emanuela Vezzoli*

Eccolo il mondo:

il sole, un limone,

una mela.

E questo sguardo

che s’affaccia all’orlo

delle parole dove queste

sprofondano minime

e silenziose in abissi

di bacche di luce.

La gioia perfetta

dell’attimo su quel bordo.

E, al suo cessare,

il cessare d’un cosmo

(L. Macchia, cosmi | minimi)

cosmi ǀ minimi, nuova raccolta poetica di Lucio Macchia, dichiara, già dal titolo, il suo gesto fondamentale: tenere insieme l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, il cosmo e il dettaglio, l’evento assoluto e l’istante minimo. Non siamo davanti a una poesia che racconta storie o costruisce personaggi, ma a una scrittura che lavora sul bordo dell’esperienza, là dove il mondo accade prima di essere spiegato, nominato o organizzato in senso.

La voce lirica di Lucio è estremamente attenta, quasi vigile, osserva il reale mentre si forma. Non descrive “le cose” come oggetti già dati, ma le coglie nel loro emergere: una luce su un muro, un limone sul tavolo, un’ombra che attraversa una stanza, un gesto minuto. È una poesia che non cerca il simbolo, ma l’intensità; non l’allegoria, ma l’evento. In questo senso, il dialogo con il pensiero di Deleuze è profondo: il mondo non è una struttura stabile, ma un continuo divenire, un campo di forze, una serie di accadimenti. Ogni poesia è un’ecceità, cioè un “questo qui” irripetibile che non ha bisogno di essere ricondotto a un soggetto forte o a un significato definitivo.

Il soggetto, infatti, qui non è mai centrale. C’è uno sguardo, una percezione, una presenza, ma raramente un “io” che si afferma. Il poeta sembra stare sempre un passo indietro, come se lasciasse che fosse il mondo a parlare, o meglio: a mostrarsi. Questo avvicina la raccolta anche a una sensibilità lacaniana, dove il soggetto non è padrone del senso, ma attraversato dal linguaggio, dal desiderio, dalla mancanza. La “nientità” che abita il libro non è nichilismo, ma una condizione originaria: il vuoto come spazio di possibilità, come apertura. Non c’è angoscia gridata, ma una forma di nudità ontologica, una calma (in)quieta che accompagna il lettore.

La struttura della raccolta segue un movimento molto preciso, pur senza rigidità: dalla nientità all’ecceità, dal neuter al dehors. Non si tratta di concetti astratti, ma di esperienze poetiche. Il neuter, per esempio, è quella zona in cui non si è né pienamente dentro né pienamente fuori, né soggetto né oggetto, ma in una sospensione fertile. Il dehors, invece, non è un “fuori” spaziale, ma un fuori dal senso stabilito, un’apertura che eccede il linguaggio stesso. È lì che la poesia accade: non come spiegazione del mondo, ma come contatto.

Questa è una poesia profondamente immanente: non cerca altrove, non promette salvezze, non costruisce verticalità. Tutto accade qui, nella stanza, nella strada, nella memoria che affiora, nel corpo che sente. E proprio per questo, paradossalmente, il libro ha una dimensione cosmica. Come scrive Deleuze, il cosmico non è l’immenso, ma ciò che fa vibrare l’immenso nel minimo. Una forza enorme che opera in uno spazio infinitesimale. cosmi ǀ minimi lavora esattamente su questa soglia.

Il lettore che entra in questo libro non è chiamato a “capire” nel senso tradizionale, ma a sostare. A rallentare. A lasciarsi toccare. È una poesia che chiede attenzione, ma restituisce una forma rara di esperienza: quella di sentire il mondo mentre accade, prima che diventi racconto, giudizio o concetto. In un tempo che ci spinge continuamente a spiegare, interpretare, prendere posizione, questa scrittura compie un gesto radicale e gentile: resta.

E forse è proprio questo il suo dono più grande: ricordarci che, prima di essere qualcuno, prima di dire “io”, prima di cercare un senso, siamo già immersi in un mondo che vibra, che insiste, che ci percorre. E che la poesia, quando è autentica, non aggiunge nulla: semplicemente, rende visibile.

Quel tratto verticale tra cosmi e minimi, poi, lavora esattamente come lavora la poesia del libro: non unisce, non spiega, tiene aperta una soglia. Non è una congiunzione, non è un trattino che fonde, non è un due punti che promette una spiegazione. È una linea di separazione e insieme di contatto. Dice: cosmi da una parte, minimi dall’altra – e nel mezzo, una fenditura. È il luogo dell’evento.

Da un punto di vista concettuale, quel segno può essere letto come una linea di immanenza in senso deleuziano: non un ponte tra alto e basso, ma una sezione che mostra come il cosmico non stia “sopra” il minimo, né il minimo “sotto” il cosmo. Sono lo stesso piano, colti da due angolazioni diverse. Il tratto verticale non li gerarchizza: li mette in tensione.

È anche una figura del neuter: non “cosmi e minimi”, non “cosmi che diventano minimi”, ma una coesistenza senza sintesi. Il segno non risolve, non pacifica. Rimane lì come una lama sottile, come un margine. In questo senso, è molto vicino al dehors: indica che tra i due termini c’è qualcosa che non può essere detto, solo attraversato.

Dal punto di vista della voce lirica, esso è una dichiarazione di poetica: invita il lettore a non cercare un significato unitario, a non aspettarsi una metafora risolta. La poesia respira proprio in quello spazio di separazione. È lì che il mondo accade: non nel grande sistema, non nel dettaglio isolato, ma nell’interruzione che li mette in rapporto senza fonderli.

Si potrebbe dire che il libro intero stia in quel segno. Ogni testo è un tentativo di sostare su quella linea: dove il cosmo non è più totalità astratta e il minimo non è più semplice dettaglio, ma entrambi diventano evento, ecceità, accadere puro.

È una linea di silenzio. E come spesso accade nella poesia più alta, è proprio lì che si concentra il massimo dell’intensità.

Scrivere cosmi | minimi in minuscolo, infine, è quasi un gesto di disattivazione gerarchica. Il cosmo non viene elevato a nome proprio, non diventa principio, origine o totalità trascendente. Allo stesso modo, il minimo non è un “piccolo” in senso diminutivo o marginale. Entrambi vengono sottratti alla retorica dell’importanza e riportati su un piano di immanenza, dove nulla merita la maiuscola perché nulla si erge sopra il resto.

In termini deleuziani, è una scelta che rifiuta l’Idea con la I maiuscola, la Legge, il Fondamento. Il minuscolo dice: non c’è un inizio solenne, non c’è un centro da venerare. C’è solo il continuo accadere delle cose, il loro emergere e dissolversi sullo stesso livello. Il cosmo non è “Cosmo”, il minimo non è “Minimo”: sono modalità dell’evento, non concetti da museo.

Ma il minuscolo lavora anche sul piano della voce lirica. È una voce che non proclama, non afferma dall’alto, non nomina per possedere. Parla da una zona laterale, quasi obliqua, dove il dire è sempre un esporsi più che un dichiarare. Il titolo in minuscolo prepara il lettore a una poesia che non vuole imporsi, ma accadere — come un fenomeno, come una variazione di luce, come un pensiero che passa.

C’è poi un effetto ancora più sottile: il minuscolo mette il titolo in uno stato di fragilità attiva. Non lo rende debole, ma permeabile. Come se anche il titolo fosse già dentro il testo, già contaminato, già attraversato da quella stessa logica del minimo che il libro pratica. Non c’è una soglia monumentale da varcare: si entra quasi senza accorgersene.

In ultima analisi, insieme al tratto verticale, il minuscolo rafforza l’idea che ciò che conta non è l’identità dei termini, ma lo spazio tra, la relazione senza sintesi. Maiuscole e titoli “forti” tendono a chiudere il senso; qui, invece, tutto rimane aperto, in sospensione, esattamente come la poesia che segue.

In questo senso, cosmi | minimi non si presenta: si sottrae. E proprio per questo invita a essere letto con attenzione, lentezza e ascolto.

Link al libro: https://www.industriaeletteratura.it/prodotto/cosmi-minimi/

(*) Emanuela Vezzoli, classe 1984, insegna inglese, corregge bozze, scrive, traduce. È laureata in Lingue e Letterature Europee e Panamericane con una tesi magistrale su Emily Dickinson, che spesso si fa (s)oggetto di sue lezioni e incontri seminariali (e non). Collabora con case editrici e con enti culturali con i suoi laboratori poetici ed eventi letterari. Ha tenuto per vari anni una rubrica di divulgazione linguistica su Radio Deejay. Ha pubblicato due raccolte poetiche: Frantumi (Robin, 2021) e Breviario (Transeuropa, 2025) ed è anche presente, con i suoi brani, in antologie di pregio a cura di Raffo e Di Dio. Ha scritto un saggio sulla Dickinson che compare nella raccolta di scritti Queste nostre parole (Industria&Letteratura, 2024) insieme ai contributi di Del sarto e altri. Scrive su varie riviste spaziando da note critiche specialistiche a scritti di divulgazione linguistica e di benessere personale. È stata curatrice editoriale e prefatrice di “cosmi | minimi”.

Relatore

Recent Posts

Demografia ticinese: una responsabilità politica collettiva indipendente dall’appartenenza partitica

Scelte coraggiose per evitare il punto di non ritorno demografico Nel nostro Cantone la demografia…

2 ore ago

Il 30 maggio 1431 morì Giovanna d’Arco, la fanciulla che salvò la Francia in nome di Dio

Accadde 593 anni fa Nell’inverno del 1455 un’anziana pellegri­na giunse a Roma per domandare udienza…

12 ore ago

Nel giorno dell’Ascensione | la congiura dei Pazzi

Nel giorno dell’Ascensione, che nel 1478 cadeva il 26 aprile, durante la messa a Santa…

16 ore ago

Con l’Africanizzazione della Storia, non state esagerando?

lungi dal razzismo, che condanniamo aspramente, quest'articolo vuole essere una riflessione sulla deriva a-storica e…

17 ore ago

Rasputin

Rasputin era un monaco? era un consacrato? No, Grigorij Rasputin non era un monaco né…

22 ore ago

L’antisemitismo di sinistra: il libro scomodo di Nora Bussigny. Les nouveaux antisémites

Per un anno Nora Bussigny, giornalista francese non ebrea, ha scelto di attraversare una linea…

1 giorno ago

This website uses cookies.