Estero

Il “bazooka commerciale” europeo: verso una guerra fredda economica con gli Stati Uniti

L’Europa ha deciso di non restare immobile mentre l’economia globale entra in una nuova fase di tensione. Bruxelles prepara un contrattacco da 93 miliardi di euro che potrebbe segnare una svolta storica nei rapporti commerciali con gli Stati Uniti. Per la prima volta, l’Unione Europea è pronta ad attivare lo strumento anti-coercizione, soprannominato il “bazooka commerciale”: un’arma diplomatica ed economica mai utilizzata prima, pensata per rispondere a pressioni politiche e ricatti economici provenienti dall’esterno.

Nel mirino finiscono settori strategici delle esportazioni americane: automobili, prodotti agricoli, tecnologia, beni industriali. I dazi europei potrebbero arrivare fino al 30%, colpendo duramente il cuore dell’economia statunitense. La scintilla che ha fatto esplodere la crisi è stata l’ennesima provocazione di Donald Trump, che ha minacciato di tassare i prodotti europei se non otterrà concessioni sulla Groenlandia, territorio autonomo sotto sovranità danese ma strategicamente cruciale per risorse e geopolitica. Una dichiarazione che ha avuto l’effetto di un ultimatum e che Bruxelles ha interpretato come una forma di coercizione economica inaccettabile.

Questa settimana i leader mondiali si incontreranno a Davos, ma il clima non è quello della cooperazione globale: assomiglia sempre più a una guerra fredda economica. Da una parte gli Stati Uniti, pronti a usare i dazi come strumento di pressione politica; dall’altra l’Unione Europea, che rivendica il diritto di difendere la propria sovranità commerciale. È uno scontro che va oltre i numeri: riguarda il modello di globalizzazione, l’equilibrio tra potenze e il futuro delle regole internazionali.

Le reazioni sono contrastanti. C’è chi teme che questa escalation porterà a un aumento dei prezzi per i consumatori europei: auto più care, alimenti importati più costosi, inflazione alimentata da una nuova stagione di protezionismo. Ma c’è anche chi applaude alla fermezza di Bruxelles, vedendo nello strumento anti-coercizione un segnale politico forte: l’Europa non è più soltanto un grande mercato, ma vuole diventare un attore capace di difendersi e di rispondere colpo su colpo alle pressioni esterne.

Il rischio, tuttavia, è che questa logica di ritorsioni incrociate apra una spirale difficile da fermare. La storia insegna che le guerre commerciali raramente producono vincitori chiari: a pagare il prezzo più alto sono spesso cittadini e imprese, intrappolati tra dazi, contro-dazi e instabilità. Eppure, per Bruxelles, non reagire significherebbe accettare un precedente pericoloso: quello di una politica internazionale governata dal ricatto economico.

Il “bazooka commerciale” europeo rappresenta dunque un passaggio simbolico: la fine dell’illusione di un commercio neutrale e puramente tecnico. Oggi l’economia è diventata terreno di scontro geopolitico. A Davos si parlerà di crescita, transizione verde e cooperazione globale, ma sullo sfondo aleggia una domanda più inquietante: stiamo entrando in una nuova era di blocchi contrapposti, dove anche il carrello della spesa diventa parte di una strategia di potere?

L’Europa ha scelto la linea dura. Ora resta da vedere se questa dimostrazione di forza porterà a un negoziato o a una frattura ancora più profonda con Washington. In ogni caso, una cosa è certa: i rapporti transatlantici non saranno più gli stessi.

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