Il nome di Rami al-Dahash emerge come simbolo di una violenza che continua a consumarsi nell’ombra. Ex membro dell’ISIS, oggi integrato nelle milizie jihadiste siriane filo-turche, vive in Turchia ed è padre di cinque figlie. Secondo le testimonianze circolate negli ambienti curdi e sui canali indipendenti, avrebbe violentato e assassinato una combattente curda, recidendole la treccia come trofeo di guerra da offrire a un amico. Un gesto che non è solo un crimine individuale, ma l’espressione di una barbarie ideologica che mira a umiliare e cancellare un popolo intero.
I curdi stanno subendo un massacro sistematico. Colpiti da milizie jihadiste legate all’area d’influenza turca e a gruppi radicali guidati da Ahmad al-Shara (conosciuto come al-Jolani), vengono perseguitati non solo per ragioni militari, ma per ciò che rappresentano: un’alternativa possibile al Medio Oriente dominato dall’islamismo radicale. Il loro progetto sociale è laico, pluralista, fondato sulla parità tra uomini e donne, sulla convivenza tra religioni ed etnie. Proprio per questo sono diventati un bersaglio. Non hanno più uno Stato, il loro territorio è stato smembrato, il loro popolo decimato, eppure continuano a resistere per difendere la propria libertà e la dignità della propria identità.
Ciò che rende questa tragedia ancora più grave è l’isolamento. Mentre le violenze si moltiplicano, l’Europa guarda altrove, le Nazioni Unite restano paralizzate, molte ONG tacciono o si limitano a comunicati generici. La causa curda non produce più titoli, non mobilita più piazze, non entra nei grandi dibattiti politici occidentali. È come se un intero popolo fosse diventato invisibile. Eppure sono stati proprio i curdi a combattere in prima linea contro l’ISIS, pagando con migliaia di morti la difesa di valori che l’Occidente dice di condividere: libertà, diritti delle donne, pluralismo, laicità dello Stato.
Il dramma dei curdi non è solo una questione regionale: è uno specchio morale per l’Europa. Ignorare ciò che accade significa accettare che la violenza ideologica, il fanatismo e la persecuzione di un popolo possano consumarsi senza conseguenze. Significa rinunciare a difendere chi ha creduto nella possibilità di un Medio Oriente diverso. La treccia strappata alla combattente curda non è solo un gesto di crudeltà: è il segno di una guerra contro la dignità umana e contro l’idea stessa di libertà femminile.
Raccontare queste storie non è propaganda, ma dovere civile. Finché il mondo resterà in silenzio, i curdi continueranno a morire soli. E con loro morirà anche una delle poche speranze di un Medio Oriente non consegnato definitivamente all’oscurantismo. Oggi più che mai, il silenzio non è neutralità: è complicità
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