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“Se non siamo al tavolo, siamo nel menù”: il discorso di Carney che segna la fine dell’illusione occidentale


Non è stato un intervento diplomatico come tanti. Le parole pronunciate da Mark Carney, primo ministro del Canada, al World Economic Forum di Davos hanno avuto il peso di una dichiarazione storica: secondo molti osservatori, segnano un punto di non ritorno per la politica estera occidentale. Di fronte a una platea gremita di leader mondiali, Carney ha ricevuto una rara standing ovation dopo aver affermato senza giri di parole che l’“ordine internazionale basato sulle regole” appartiene ormai al passato. Al suo posto si apre una fase nuova, che ha definito una “realtà brutale” per le medie potenze, strette tra la rivalità delle grandi superpotenze.

Il cuore del discorso, rimbalzato in poche ore sui social network e sulle principali testate internazionali, è stato un appello diretto ai Paesi che non appartengono al club dei giganti globali: unirsi per non essere schiacciati. Il riferimento agli Stati Uniti di Donald Trump è stato implicito ma chiarissimo, soprattutto quando Carney ha citato la questione della Groenlandia e l’uso dei dazi come strumento di pressione politica. La frase destinata a restare come sintesi di questa nuova dottrina canadese è diventata immediatamente virale: “Le medie potenze devono agire insieme, perché se non siamo al tavolo, siamo nel menù.”

Carney ha poi messo in discussione uno dei pilastri ideologici della globalizzazione degli ultimi decenni: l’idea che l’integrazione economica fosse una garanzia automatica di pace. Oggi, ha avvertito, commercio e finanza vengono sempre più utilizzati come armi, attraverso dazi, sanzioni e coercizione economica. La dipendenza non produce sicurezza, ma vulnerabilità. In questo nuovo scenario, la nostalgia per l’ordine liberale del passato non è sufficiente: “La nostalgia non è una strategia”, ha detto, invitando Europa, Canada e alleati a costruire una vera autonomia strategica.

Il discorso di Davos non è stato solo un’analisi geopolitica, ma un segnale politico forte: il Canada si propone come voce delle potenze intermedie che rifiutano di essere semplici pedine nello scontro tra blocchi. È un cambio di tono e di postura che rompe con la tradizione prudente della diplomazia occidentale. La standing ovation ricevuta da Carney suggerisce che molti leader condividono questa diagnosi, anche se non tutti sono pronti a tradurla in azione.

Da Davos emerge così una nuova consapevolezza: l’epoca delle regole condivise e della fiducia automatica nei mercati globali è finita. Si entra in una fase di competizione dura, in cui la sovranità economica e politica torna centrale. Il messaggio di Carney è semplice e inquietante allo stesso tempo: chi non costruirà alleanze tra pari rischia di essere travolto. Per le medie potenze, l’alternativa non è più tra idealismo e realismo, ma tra contare qualcosa insieme o diventare irrilevanti da soli.

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