Nemo me impune lacessit – nessuno può provocarmi impunemente – è il motto dell’Ordine del Cardo ed è anche il motto del protagonista di un breve ma celebre racconto del Maestro. Montrésor, erede di una famiglia in antico potente, ma decaduta, odia il principe Fortunato, che un giorno lo ha insultato, e medita la vendetta. Egli è astuto e non commette l’errore di minacciare il suo nemico, lo tratta anzi con cortesia squisita. Per compiere il gesto desiderato e trovare finalmente la pace del cuore egli dovrà passare per il punto debole dell’arrogante Fortunato. Il principe si picca di essere un grande conoscitore di vini, ciò che ben si accorda alla sua natura di aristocratico gaudente.
È il crepuscolo di un giorno in cui il Carnevale tocca la sua estrema follia e il vendicatore s’imbatte in Fortunato, agghindato in un costume multicolore, con un cappello a cono e campanelli tintinnanti. Il principe è già infiammato dal vino, gli occhi arrossati, il viso gonfio. “Amico mio, avete proprio un magnifico aspetto! Sapete, proprio oggi ho comperato una botte di un vino che mi è stato garantito come Amontillado. E, sarò stato un ingenuo, ho pagato il prezzo pieno…” “Amontillado! Impossibile. In pieno carnevale! Vi hanno certamente gabbato”. “Ho i miei dubbi, infatti, e ho pensato… che un conoscitore esperto come voi… potrebbe…” “Amontillado! Suvvia…” “Neppure io ci credo”. “Dov’è la botte?” “Nei sotterranei del mio palazzo”. “Andiamo”. “Amico, no, voi non state bene, avete una terribile tosse, avete la febbre…” “Amontillado! È un’impostura. Il vostro palazzo non è molto distante”. “Vi supplico, principe!” “Andiamo”.
“Siamo quasi arrivati”. “Anche voi siete nobile, sebbene non principe. Ma non ricordo il vostro stemma”. “Piede d’oro in campo azzurro, che schiaccia un serpente che lo addenta al tallone”. “E il motto? Il motto?” “Nemo me impune lacessit“. “Bello”. Fortunato vuotò d’un sorso una coppa colma di Médoc, la sua ubriachezza aveva ormai superato ogni limite. I suoi occhi brillavano di una luce selvaggia. “A-mon-til-la-do” balbettò.
Sul luogo c’era una quantità di mattoni e di calce, perché tutto era stato accuratamente predisposto. Montrésor incominciò lentamente a elevare una parete di mattoni. Il principe gemeva, implorava e faceva tintinnare le catene. “Dov’è l’Amontillado?” “L’Amontillado è qui ed io non ho dimenticato il tuo insulto. Ricordi? Nemo me impune lacessit”. “Ma era uno scherzo…” “Anche il mio. È carnevale e questo è il mio scherzo” “Per l’amor di Dio, Montrésor!” Alla fine risuona sotto le volte incrostate di salnitro, gridato nel terrore da un principe arrogante che non ha scampo, il nome del vendicatore. La parete è ormai compiuta e raggiunge la volta. Nessuno mai saprà nulla. Requiescat in pace.
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Grande motto. :wink:
Non s'era capito :wink:
È anche il tuo? Non mi dire!
Accetto volentieri il complimento amico Candido :) con la sola variante che in me non c'è né odio né cattiveria, ma solo disprezzo verso chi negli anni 70 predicava l'illegalità occupando posti di presunta giustizia. :wink:
Il maratoneta vien fuori alla distanza. Chi spende tutto nei primi 10 Km poi è costretto al ritiro. :wink: :) :lol: 8)
Grande motto. :wink:
Non s'era capito :wink:
È anche il tuo? Non mi dire!
Accetto volentieri il complimento amico Candido :) con la sola variante che in me non c'è né odio né cattiveria, ma solo disprezzo verso chi negli anni 70 predicava l'illegalità occupando posti di presunta giustizia. :wink:
Il maratoneta vien fuori alla distanza. Chi spende tutto nei primi 10 Km poi è costretto al ritiro. :wink: :) :lol: 8)