Negli ultimi mesi la Turchia ha assunto posizioni sempre più esplicite in difesa del regime totalitario iraniano, arrivando a presentarsi come garante della sua stabilità contro presunte manovre occidentali e israeliane. Il ministro degli Esteri Hakan Fidan ha definito le proteste interne iraniane come «manipolate» da potenze rivali, indicando apertamente Israele come responsabile di una destabilizzazione regionale. Recep Tayyip Erdoğan ha poi ribadito la contrarietà di Ankara a qualsiasi intervento contro Teheran.
Questo riallineamento tra Ankara e Teheran segna una svolta inquietante. Non si tratta soltanto di un calcolo geopolitico, ma di una convergenza ideologica tra due modelli di potere che, seppur diversi, condividono una crescente ostilità verso l’Occidente liberale e verso Israele. In nome di un presunto equilibrio regionale, la Turchia si avvicina sempre più a un regime teocratico e repressivo, responsabile di violazioni sistematiche dei diritti umani e di una politica estera aggressiva che destabilizza l’intero Medio Oriente.
È vero che il governo israeliano, soprattutto nella sua attuale configurazione, è legittimamente oggetto di critiche politiche: la gestione del conflitto palestinese, l’uso della forza e certe scelte di politica interna pongono interrogativi seri sul piano morale e giuridico. Tuttavia, confondere la critica a un esecutivo con la delegittimazione dello Stato di Israele è un errore grave e pericoloso. Israele resta l’unica democrazia pienamente funzionante della regione, con pluralismo politico, libertà religiosa, diritti civili e una società aperta al dissenso.
Il confronto non è dunque tra Israele e una presunta neutralità morale, ma tra Israele e regimi che fondano il proprio potere sulla repressione religiosa e politica. L’Iran non è semplicemente un attore regionale: è una teocrazia che perseguita donne, minoranze etniche, cristiani, ebrei e dissidenti politici, e che sostiene movimenti armati come Hezbollah e Hamas. In questo contesto, sostenere Israele significa sostenere un presidio di libertà in un’area dominata da ideologie totalitarie di matrice islamista.
L’avvicinamento turco all’Iran appare particolarmente problematico anche per un’altra ragione: la questione curda. Un eventuale indebolimento o frammentazione dell’Iran potrebbe innescare spinte separatiste incontrollabili, con effetti destabilizzanti per la stessa Turchia. Ankara teme una “balcanizzazione” iraniana che rafforzerebbe i movimenti curdi e creerebbe un lungo confine instabile di oltre cinquecento chilometri. Ma per evitare questo scenario, la Turchia sceglie di legittimare un regime autoritario invece di sostenere un’evoluzione democratica dell’area.
Inoltre, mentre Stati Uniti e Israele restano concentrati su Teheran, Ankara guadagna margini di manovra geopolitica, presentandosi come potenza regionale autonoma e mediatrice, ma di fatto rafforzando l’asse con un sistema politico che nega libertà fondamentali. È una strategia cinica, che sacrifica i valori sull’altare della convenienza.
La vera frattura oggi non è semplicemente tra Stati, ma tra modelli di civiltà: da una parte società imperfette ma fondate su libertà, diritto e pluralismo; dall’altra regimi che si reggono su repressione religiosa, controllo ideologico e violenza politica. In questo quadro, criticare le politiche del governo israeliano è legittimo e necessario, ma schierarsi contro Israele in quanto tale significa, di fatto, favorire l’espansione dei totalitarismi islamici.
L’alleanza tra Turchia e Iran non rappresenta una stabilizzazione del Medio Oriente, bensì un ulteriore passo verso un ordine regionale fondato sulla forza e sulla negazione delle libertà. Difendere Israele non vuol dire approvare ogni sua scelta, ma riconoscere che senza di esso il Medio Oriente sarebbe consegnato interamente a potenze teocratiche e autoritarie.
In un tempo di confusione morale e geopolitica, sostenere la democrazia contro il fanatismo resta una linea di demarcazione essenziale. Ed è proprio questa linea che l’avvicinamento di Ankara a Teheran rischia di cancellare.
Liliane Tami
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