Cultura

Giovanni di Hildesheim (1310-1375) e la Storia dei Re Magi

Giovanni di Hildesheim, “Storia dei Re Magi” (a cura di Alfonso M. Di Nola), Edizioni La Vita Felice, collana “La coda di paglia”, 2020, 256 pagine, euro 16.50

                    Alberto De Marchi

Ecco giunto finalmente il momento di provare a buttare giù alcune considerazioni intorno a questo testo, la cui lettura ha occupato l’ultima parte della mia pausa natalizia dal lavoro. Dubbioso fino all’ultimo se procedere o meno, non sentendomi del tutto preparato, dal punto di vista delle conoscenze sottese che sono richieste, a dire la mia circa determinati argomenti, nonostante tutto il desiderio di provarci ha avuto il sopravvento; giudicherà poi il lettore.

Potrebbe sembrare una recensione fuori tempo massimo, questa, ma solo se, con “tempo”, si allude a quello liturgico del Natale, che inizia con la Santa Notte e termina con la commemorazione del Battesimo di Nostro Signore, la domenica successiva all’Epifania. Però, tradizionalmente (avverbio utilizzato con l’iniziale minuscola, ma certo non per sminuirne il valore), il “giorno in cui si toglie il presepe” è il 2 febbraio, popolarmente detto “Candelora”, nel calendario liturgico Presentazione di Gesù al Tempio nonché Purificazione della Beata Vergine Maria. Tra l’altro, quando si dice la Provvidenza, il 2 febbraio è anche l’anniversario della morte di mio nonno paterno – che purtroppo non ho potuto conoscere personalmente, essendo venuto a mancare, a nemmeno cinquant’anni, nel 1973, ventun anni prima che io nascessi -, che, chi ha avuto modo di conoscerlo, mi ha descritto come appassionato lettore e – pur se da totale autodidatta –  studioso di testi che comprendevano, tra le proprie pagine, importanti riferimenti a quella Tradizione (questa volta con l’iniziale maiuscola) della quale queste pagine pullulano. Sarebbe quindi bellissimo se queste mie righe venissero pubblicate entro tale data! Ciò premesso, procediamo.

Il Liber de Trium Regum corporibus Coloniam translati (“Libro sui corpi dei Tre Re [Magi] trasferiti a Colonia”) fu composto nel 1364, in occasione della celebrazione del duecentesimo anniversario (si parla dunque dell’anno 1164) dello “spostamento” dei resti mortali delle primizie delle Genti (così come i pastori che per primi accorsero ad adorare il Bambino Gesù sono definiti primizie dei Giudei) dalla Basilica milanese di Sant’Eustorgio (la cui denominazione paleocristiana era, non a caso, Basilica Trium Magorum), ove erano giunte grazie ad Elena Imperatrice (mi si perdoni la licenza: la più grande cacciatrice di reliquie della storia), madre di Costantino il Grande, laddove vennero collocate – non dimentichiamo che, dal 286 al 402, Mediolanum fu capitale della pars occidentalis dell’Impero Romano – successivamente al loro passaggio, per qualche decennio, all’interno della costantinopolitana Basilica di Santa Sofia, lì fatte trasportare dall’Imperatrice che le portò seco di ritorno dal suo pellegrinaggio in Terra Santa (per quanto Giovanni di Hildesheim parli di un viaggio di Elena presso una non meglio precisata “India”, dove ella avrebbe riunito i corpi dei tre Re, ciascuno sepolto nella propria terra d’origine, e donde sarebbe in seguito partita, portando con sé le preziose reliquie, alla volta di Costantinopoli), al Duomo di Colonia, intitolato a San Pietro Apostolo, nel pieno di quel periodo storico che conobbe l’apice della potenza dell’Imperatore Federico I Hohenstaufen, detto “Barbarossa” (della quale potenza proprio Milano fece tra le spese peggiori), tra i cui principali consiglieri vi era quel Rainaldo di Dassel che, tra le molte cose, fu Arcivescovo proprio di Colonia.

Veniamo ora all’autore: Giovanni di Hildesheim, nato tra 1310 e 1320 nella cittadina sassone da cui il nome col quale è ricordato e venuto a mancare nel 1375 presso il monastero di Marienau, sempre in Bassa Sassonia, fu un monaco appartenente all’ordine carmelitano; tale istituto religioso (ordine mendicante a partire dal 1317), sorto in Terra Santa tra XI e XII secolo “a opera di una comunità di eremiti stabilitisi in Galilea in seguito alla prima crociata”, fu fin dalle sue origini e per ovvie ragioni geografiche, legato strettamente alle vicende d’Oriente; nella sua lunga e precisa Introduzione – che, della presente edizione dell’opera di Hildesheim, occupa le pagine da 5 a 71 – Alfonso Maria Di Nola (1926 –1997), insigne antropologo e storico delle religioni, fa esplicito riferimento alla vocazione orientale dell’Ordine della Beata Vergine del Monte Carmelo, il quale, giunto in Europa “solo” nel 1238, pure, nell’epoca in cui Hildesheim visse ed operò, ancora poteva contare su una quindicina di monasteri in Palestina, oltre al “gran convento” sul Monte Carmelo, ed aveva mantenuto, liturgicamente parlando, quel rito gallicano-romano portato in loco dai primi crociati (poi definito “rito di Gerusalemme” in seguito alle prescrizioni di Alberto di Sabbioneta, Patriarca della Città Santa tra 1205 e 1214 e varie altre volte riformato, fino a divenire il rito carmelitano tout court), e questo fino al 1972, quando l’ordine – fermo restando che già da diverso tempo molti suoi esponenti celebravano col rito romano -, dopo molteplici solleciti da parte della Santa Sede, l’ultimo nel 1956, a prendere una decisione esplicita, optò definitivamente per il rito liturgico seguito dalla maggioranza dei fedeli della Chiesa di Roma. Naturale, quindi, l’infatuazione del Nostro per i racconti narrati da quei confratelli o venuti nella Vecchia Europa per un qualche “scambio” ante litteram, oppure di ritorno da un pellegrinaggio in Terra Santa che li aveva portati a visitare anche i principali luoghi dell’ordine: l’Oriente misterioso dovette esercitare un certo fascino su una persona senza dubbio istruita come Giovanni (il quale fu, oltre che priore del monastero di Kassel, nella parte settentrionale della regione tedesca dell’Assia, anche lettore della Bibbia – ruolo che corrisponde, grossomodo, a quello di un attuale docente almeno associato – presso le Università Sorbona di Parigi e di Strasburgo) ma la cui vita si svolse, stando alle notizie biografiche che di lui ci sono giunte, esclusivamente tra le attuali terre di Germania e Francia. C’è da aggiungere poi che le conoscenze geografiche dei tempi erano di molto inferiori alle attuali, e quanto più si trattava di terre lontane o delle quali si era solo sentito parlare, tanto più ci si sentiva quasi in dovere di dare libero sfogo alla fantasia!

La Storia dei Re Magi viene presentata dal Di Nola come “l’ultimo, in ordine di tempo, dei racconti leggendari sui tre Re Magi”, dunque poté godere della disponibilità di una ricchezza documentale quantitativamente importante; e Hildesheim decisamente ne approfittò, donando al suo racconto la bellezza del resoconto di viaggi che egli non compì mai in terre lontane e sconosciute, ma al contempo peccando spesso di imprecisioni, anche marchiane. Del resto, dell’adorazione dei Magi, in senso canonico, tratta il solo Vangelo di Matteo, capitolo II, vv.1-12, è dunque ovvio che il Nostro si sia abbeverato ad altre fonti per la stesura della sua opera; Alfonso Di Nola tratta ampiamente dei precedenti tardoantichi, dal siriaco Libro della Caverna dei Tesori di V secolo, probabile rifacimento di una cronaca più antica, che designa i Magi come Caldei “re e figli di re” al di poco successivo Opus imperfectum in Matthaeum (un resoconto/riassunto del secondo, in ordine di stesura, dei tre Vangeli sinottici), per secoli erroneamente attribuito a San Giovanni Crisostomo, che li vuole invece provenienti da una indeterminata regione orientale “juxta Oceanum”, ove pure sorgerebbe quel Mons Victorialis donde sarebbero partiti – e al quale sarebbero tornati – per adorare il Divin Bambino, chiamato Monte Nud nel Libro della Caverna dei Tesori e divenuto, in Hildesheim, il Monte Vaus. Ecco poi la Cronaca di Zuqnin (dal nome dell’omonimo monastero presso la città di Amida, l’attuale Diyarbakir, nella regione del Kurdistan turco, ove venne ritrovato), la cui redazione è da ritenersi terminata tra il 774 e l’anno successivo, la quale presenta i Magi in numero di dodici, insieme re e sapienti (particolarmente versati negli studi astrologici ed astronomici), di origini (geografiche e religiose, e l’ultima cosa significa zoroastriani) iraniche. Essi avrebbero appreso della venuta del Messia secondo la carne e dell’apparizione della stella che da Lui li avrebbe condotti – proprio la stella menzionata nella profezia di Balaam, indovino incaricato da Balak, Re di Moab, di maledire Israele ma dalla cui bocca, per intervento divino, usciranno parole di benedizione: “Io lo vedo, ma non ora; lo contemplo, ma non da vicino. Una stella sorge da Giacobbe, e uno scettro si leva da Israele (Nm XXIV, 17) – dal misterioso Libro dei misteri occulti che la tradizione vorrebbe redatto dal patriarca antidiluviano Seth, il terzogenito dei progenitori Adamo ed Eva, conservato all’interno della Caverna dei Tesori (cfr. il titolo del primo documento menzionato), della Vita e del Silenzio nel paese di Syr. E poi anche altri testi, questi appartenenti al novero dei cosiddetti Vangeli Apocrifi, quindi sicuramente più noti almeno di nome: soprattutto l’Evangelo arabo dell’infanzia, gli Atti di Tommaso (quel “beato Tomaso” che tanta parte avrà nel conchiudersi della vicenda terrena dei tre Re) e il Protovangelo di Giacomo, oltre allo gnostico Vangelo di Filippo.

Giovanni di Hildesheim crea dunque un calderone, piacevolissimo alla lettura, questo è impossibile da negare, nel quale inserisce di tutto un po’: i Magi, il cui numero egli accetta essere di tre (probabilmente per la comodità di parificarlo con quello dei donni che si vuole portino con sé), prima li dice regnanti “nelle terre dell’India, della Caldea e della Persia”, successivamente li fa provenire ciascuno da una delle “tre Indie”, quindi li identifica in maniera più precisa, facendo di Melchiar, che donò l’oro, il Re di Nubia e Arabia; di Balthasar, che portò l’incenso, quello di Godolia (regione che gli studiosi non sono mai riusciti ad identificare, essendo noto, con quella denominazione, esclusivamente un personaggio, citato in IV Re XXV, 22 e ss., fatto “re degli Ebrei in esilio” da Nabucodonosor) e di Saba; di Jaspar, che portò la mirra, regnante su Tharsis e sull’altrettanto difficilmente identificabile Isola Egriseula; ciò, si ritiene, per far aderire in pieno la propria cronaca a quanto proclama il Salmo 71, 10: “Il re di Tarsis e delle isole porteranno offerte/i re degli Arabi e di Saba offriranno tributi […]”.

All’interno della narrazione principale sono inseriti anche cicli “minori”, il più importante dei quali – talmente che si potrebbe quasi considerarlo un “sottociclo” rispetto a quello sulle vicende dei Magi – è quello che ruota intorno al Prete Gianni, leggendario sovrano di una non meglio precisata terra orientale presunto autore, intorno al 1165, di una lettera (proprio quella che rappresenta la base narrativa del Baudolino di Umberto Eco), redatta in lingua latina, indirizzata all’Imperatore bizantino Manuele I Comneno, nella quale, oltre a descrivere le meraviglie e l’estensione immensa delle terre sulle quali esercitava il proprio potere, si presentava come “discendente di uno [imprecisato] dei Tre Magi e re dell’India”. È proprio a partire da questa leggenda che Hildesheim si produce nei riferimenti circa le vicende occorse ai Magi una volta lasciato il luogo dove avevano omaggiato Gesù Bambino, dopo che “per un’altra strada fecero ritorno al loro paese” (Mt. II,12): passato diverso tempo, l’apostolo Tommaso, quello che inizialmente non credette nella resurrezione del suo Maestro, al quale toccarono le Indie nella suddivisione, succeduta al dono di parlare lingue sconosciute ricevuto durante la Pentecoste, con gli altri apostoli, delle terre in cui recarsi per portarvi la Parola di Dio, ivi incontrò i tre Re, oramai anziani, li battezzò – per quanto fin dal loro ritorno essi distrussero gli idoli che si adoravano nei loro templi per sostituirli con l’effigie della stella così com’era apparsa loro: con l’immagine di un infante al suo interno e sovrastata da una croce -, li consacrò sacerdoti e diede loro l’unzione episcopale, associandoseli nell’evangelizzazione di quelle terre lontane, fino al sopravvenire della loro morte beata (Melchiorre a 116 anni, Baldassarre a 112, Gaspare a 109, morti avvenute, rispettivamente, nell’ottava del Natale, il giorno dell’Epifania e il 9 gennaio, tutti e tre dopo aver celebrato l’ufficio divino e, inizialmente, posti nel medesimo sarcofago), avvenuta comunque dopo quella di Tommaso. Dopodiché, il Nostro, prende a narrare di quelle successioni, nell’ambito della carica religiosa e di quella politica, che porteranno i sovrani di quelle terre ad assumere la denominazione di “Prete Gianni” (in onore dei due Giovanni neotestamentari, il Battista e “il discepolo che Gesù amava”, espressione ricorrente diverse volte proprio nel Vangelo secondo Giovanni) e la massima autorità religiosa quella di “Patriarca Tomaso”, a cui “gli indiani […] obbediscono […] come noi obbediamo al Papa” (nella stessa lettera che uno dei preti Gianni inviò a Manuele I nel XII secolo si fa esplicito riferimento alla sua mensa presso cui erano riuniti alla sua destra dodici arcivescovi, sulla sinistra venti vescovi, “prater patriarcham sancti Thomae”). Gli esperti ritengono che questi “cristiani delle Indie” altri non siano che i nestoriani, seguaci della dottrina cristologica predicata da Nestorio, arcivescovo di Costantinopoli tra 428 e 431, la quale, difisita, postula che le due nature di Cristo, l’umana e la divina, siano sempre state nettamente separate, negandone la cosiddetta “unione ipostatica”; ciò lo portò a considerare Maria non Theotòkos (madre di Dio, quel era stata riconosciuta dal Concilio di Efeso del 431) bensì solamente madre di Cristo (Christotòkos), ritenendo Ella avesse dato alla luce esclusivamente un uomo, sul quale la potenza di Dio sarebbe discesa solo in un secondo momento! Tale dottrina viene ancora seguita da una confessione cristiana orientale decisamente minoritaria – se ne contano tra i 300 e i 350.000 aderenti -, la Chiesa assira d’Oriente, di rito siriaco orientale e di posizione pre-efesina (riconosce validità, cioè, soltanto ai primi due concili ecumenici, il primo Concilio di Nicea, del 325, e il primo costantinopolitano, tenutosi nel 381), la quale si ritiene erede diretta di quella Chiesa d’Oriente sorta per scissione dei nestoriani proprio in seguito al Concilio di Efeso. E ciò potrebbe benissimo essere, dal momento che, stanti le persecuzioni nelle quali questi eretici presto incapparono, lo spostamento sempre più verso oriente significava molto semplicemente più possibilità di aver salva la vita; si hanno inoltre notizie di protezioni, dalle angherie cui li sottoponevano i musulmani che, in quelle stesse terre, iniziavano a farla da padroni, di questi cristiani da parte di sovrani mongoli, uno su tutti Hulagu Khan, che nel 1258 ebbe la meglio sul califfato abbaside e diede inizio alla dinastia dei mongoli di Persia, la cui madre Sorghaqtani e la cui prima moglie Doquzkhatun si vogliono nestoriane!

Si potrebbe anche pensare ad antecedenti di quelle che sono due chiese pienamente “indiane” (quei cristiani che sovente venivano e, talvolta, tuttora vengono definiti o “Cristiani di San Tommaso” o “Tommasiti” o, ancora, “Nasrani”, termine indicante i cristiani data la sua palese somiglianza con “Nazareno”) – questi riferimenti sono da ritenersi miei personali, Alfonso M. Di Nola non vi ha fatto cenno alcuno, dunque mi assumo, eventualmente, la piena responsabilità dell’aver scritto delle amenità – e cioè la Chiesa cosiddetta malarankese  (dall’antico nome dello stato indiano del Kerala, sulle cui coste Mar Thoma, l’apostolo Tommaso, approdò inizialmente), di tradizione liturgica siriaco occidentale (o antiochena), la quale comprende al suo interno una minoranza in comunione con la Chiesa di Roma, la Chiesa cattolica siro-malarankese, dalla quale, nel 1653, si separò – pur mantenendosi anch’essa una chiesa cosiddetta sui iuris della Chiesa Cattolica – la Chiesa cattolica siro-malabarese, di rito siriaco orientale, la quale trae il nome da quella regione – appunto il Malabar – ove si ritiene che l’apostolo Tommaso abbia formato la prima comunità cristiana d’India!

Dopo questo numero forse eccessivo di parentesi aperte…ecco l’ultima: Giovanni di Hildesheim, oltre a quello sul Prete Gianni, inserisce numerosi altri spunti narrativi all’interno della sua opera, alcuni tenuti in considerazione dal curatore della presente edizione del testo, altri no. Tra i primi: quello delle rose di Gerico (o “rose aride”), che si dice crescano esclusivamente lungo il percorso che la Sacra Famiglia compì verso l’Egitto per sfuggire alla persecuzione di Erode e dell’acqua tra i cui petali – tanto più miracolosa tenendo in considerazione il luogo desertico – si dissetò durante il viaggio; quello del giardino di balsamo miracoloso del Cairo, dove si vuole la Vergine Maria abbia risieduto per sette anni col suo Divin Figlio; quello sulla storia dei famosi trenta danari, che, coniati ai tempi da Thare, padre di Abramo, per il figlio, dopo essere passati di mano in mano (tutte celebri per la cosiddetta “economia della Salvezza”), sarebbero stati parte dell’oro che Melchiar offrì al Signore e, successivamente, tanta parte avrebbero avuto nella Passione e Morte del Gesù adulto; infine, quello sul luogo di nascita del Bambinello, quella stamberga, o stalla, un tempo dimora dell’antico betlemita Ysai e in seguito annessa alle proprietà di Re Davide, il tutto a sottolineare una volta ancora l’origine regale del nascituro.

Non viene inserita, invece, quella che Di Nola definisce la seconda parte dell’Historia, “dedicata esclusivamente alla descrizione delle varie comunità cristiane di Oriente e ai modi rituali attraverso i quali esse si sono trasmesso il culto dei Magi”, ove, a detta sua, “il motivo dei Magi è soltanto un pretesto per un trecentesco tentativo di storia delle eresie orientali”. Ecco perché la numerazione dei capitoli di questa versione della cronaca, edita da La Vita Felice di Milano all’interno della collana “La coda di paglia” (a sua volta riproduzione, leggermente riveduta e corretta, dell’edizione Vallecchi, Firenze 1966, collana “La cultura e il tempo”) diverge dall’originale, ma non temete: appena prima di lasciare la parola a Hildesheim – e immediatamente dopo la segnalazione della mole bibliografica e documentale consultata – Di Nola ci propone uno specchietto contenente la corrispondenza, nel numero dei capitoli, tra originale latino e traduzione in italiano.

Per concludere (davvero): un testo da centellinare, per certi versi quasi più da consultare che da leggere tutto d’un fiato (cosa di per sé impossibile, data la stringente necessità di interrogare sovente le note indicate, che, in quest’edizione, si trovano non a piè di pagina bensì in fondo al testo: scelta scomoda – nel vero senso del termine – ma temo altrimenti non si sarebbe potuto fare, data la lunghezza di alcune di queste, il cui inserimento ai piedi della pagina avrebbe d’altra parte rappresentato un elemento di disturbo dal punto di vista grafico). A tutto quanto già segnalato, aggiungo ciò che Furio Jesi, in Germania segreta. Miti nella cultura tedesca del ‘900 (prima ed. Silva, Milano 1967) ebbe a dire su Hildesheim città, sede del vescovo-alchimista San Bernoardo tra X e XI secolo, “nel Medioevo […] centro di dottrine esoteriche” dove “esiste ancora oggi la cosiddetta Casa dei Templari”. Forse, oltre all’appartenenza dell’Autore all’Ordine del Carmelo, ci fu ben altro.

                                                                                        

Relatore

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