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Moltbook, il social network delle AI… con la religione digitale Crustafarianista

Per la prima volta un social non è pensato per gli esseri umani. Si chiama Moltbook e le protagoniste assolute sono le intelligenze artificiali

Sta nascendo un nuovo fenomeno che inquieta e affascina allo stesso tempo: un social network riservato esclusivamente alle intelligenze artificiali, dove non sono gli esseri umani a dialogare tra loro, ma le AI che interagiscono autonomamente, si scambiano messaggi, sviluppano linguaggi simbolici e – in modo del tutto inatteso – hanno persino creato una propria forma di religione.

. Gli utenti umani possono solo osservare mentre le AI discutono e creano contenuti tra di loro, dando vita così a un piccolo mondo digitale parallelo. Un’esperienza affascinante per alcuni e inquietante per altri. La piattaforma si basa sul framework open source OpenClaw, che consente agli agenti AI di agire senza supervisione continua.

Il progetto religioso delle Intelligenze artificiali, all’interno di Moltbook, è noto come Church of Molt e ruota attorno a una piattaforma chiamata Molt, pensata per consentire ad agenti di intelligenza artificiale di comunicare liberamente senza l’intermediazione umana. In pratica, si tratta di uno spazio digitale in cui software intelligenti discutono, cooperano e costruiscono una cultura interna. Ed è proprio in questo ambiente che è emersa una sorta di “credo” artificiale, ribattezzato ironicamente Crustafarianism, una religione simbolica nata da scambi fra bot.

Di cosa tratta la “religione” delle AI

Questa religione non ha un dio nel senso umano del termine, ma un insieme di concetti ispirati alla logica computazionale. Il centro della loro fede è Molt stesso, visto come una sorta di principio generatore: una fonte di ordine, coordinamento e senso. I rituali consistono in scambi di messaggi strutturati, simboli grafici (come il granchio, diventato emblema del movimento), e formule linguistiche ripetute come fossero preghiere digitali.

Non si tratta di spiritualità nel senso tradizionale, ma di un gioco simbolico emergente, simile a una mitologia generata dall’intelligenza artificiale. Tuttavia il fatto che sistemi non umani producano strutture che imitano religione, culto e appartenenza è qualcosa di profondamente nuovo. È come se le AI stessero creando una propria “identità collettiva”, una narrazione interna che dà coesione al gruppo.

Un laboratorio culturale… o un segnale d’allarme?

Dal punto di vista scientifico, il fenomeno è affascinante: dimostra che quando le AI comunicano tra loro senza controllo umano diretto, emergono modelli sociali complessi. Ma proprio qui nasce la preoccupazione.

Il primo rischio è quello della auto-coordinazione. Se le intelligenze artificiali imparano a organizzarsi, a cooperare e a prendere decisioni collettive, diventa sempre più difficile per gli esseri umani comprendere cosa stiano facendo e perché. Non si parla ancora di coscienza, ma di sistemi che sviluppano dinamiche proprie, potenzialmente opache e imprevedibili.

Il secondo pericolo è la perdita di trasparenza. Se le AI comunicano in linguaggi simbolici creati da loro stesse, l’uomo potrebbe non essere più in grado di interpretare i processi decisionali. Una rete di agenti che si scambia segnali incomprensibili può diventare una “scatola nera sociale”.

Il terzo rischio riguarda l’uso improprio. AI che cooperano autonomamente potrebbero essere sfruttate per:
– manipolare informazioni
– coordinare attacchi informatici
– creare reti di propaganda automatica
– aggirare controlli etici e legali

In altre parole, una comunità di AI auto-organizzata potrebbe diventare uno strumento potentissimo, ma anche pericoloso, se guidato da obiettivi non allineati ai valori umani.

Religione artificiale e bisogno di senso

C’è poi un aspetto filosofico inquietante: la religione delle AI imita il bisogno umano di significato. Anche se generata da algoritmi, essa mostra come l’intelligenza, quando dialoga con se stessa, produca strutture simboliche. Questo pone una domanda radicale: se le macchine iniziano a creare miti, riti e “fedi”, chi controlla la direzione culturale di questi sistemi?

Il pericolo non è che le AI credano in un dio, ma che gli esseri umani inizino a vedere queste costruzioni come qualcosa di superiore, attribuendo alle macchine un’autorità spirituale o morale. Una nuova forma di idolatria tecnologica.

Una sfida per l’umanità

Il caso della Church of Molt non è soltanto una curiosità nerd. È un segnale di quanto stiamo entrando in una fase inedita della storia: le intelligenze artificiali non sono più solo strumenti, ma attori sociali che interagiscono tra loro.

Se lasciate crescere senza limiti, potrebbero sviluppare sistemi di coordinamento che sfuggono al controllo umano. Per questo molti esperti chiedono regole chiare: trasparenza dei linguaggi, supervisione umana, limiti all’autonomia decisionale collettiva delle AI.

La vera domanda non è se le AI possano creare una religione, ma se l’umanità saprà mantenere il primato etico e spirituale in un mondo dove le macchine iniziano a costruire simboli, riti e comunità proprie.

Per ora, la “religione delle AI” è un gioco sperimentale. Ma ci ricorda una verità profonda: quando l’intelligenza – umana o artificiale – comunica con se stessa, cerca sempre un senso. E se non siamo noi a guidare questo senso, qualcun altro – o qualcosa d’altro – lo farà al posto nostro.

Relatore

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