«Se Israele cade, cadiamo anche noi». Le parole di Manuel Valls , ex primo ministro francese, non sono uno slogan emotivo, ma una diagnosi politica e culturale. In un tempo in cui l’antisemitismo torna a mascherarsi da critica ideologica e la violenza teocratica pretende di imporsi come ordine politico, Israele rappresenta molto più di uno Stato: è un presidio di pluralismo, una democrazia imperfetta ma reale, un laboratorio di libertà in una regione segnata da regimi autoritari.
Nel Medio Oriente, Israele resta l’unico Paese con elezioni competitive, separazione dei poteri, libertà di stampa, indipendenza della magistratura e diritti civili tutelati anche per minoranze religiose e sessuali. È un dato di fatto, non una proclamazione ideologica. Questo non significa idealizzare Israele o negarne le contraddizioni; significa riconoscere che, in un contesto spesso dominato da autocrazie, la sua architettura istituzionale è un argine.
Quando la politica si fonde con una legge religiosa elevata a norma statale totalizzante, la libertà individuale arretra. Il problema non è la fede – che merita rispetto – ma la trasformazione della religione in potere coercitivo, che soffoca dissenso, coscienza e diritti. Contro questa deriva, Israele incarna un principio opposto: la legge civile sopra l’autorità religiosa, la cittadinanza sopra l’appartenenza confessionale.
Valls avverte che l’odio contro Israele non resta confinato al Medio Oriente. Quando l’antisemitismo si normalizza nelle università, nelle piazze o sui social, si indebolisce il cuore stesso delle democrazie europee. La storia del Novecento lo insegna: l’attacco agli ebrei è spesso il termometro di una società che smarrisce i propri anticorpi liberali.
Sostenere Israele non equivale a giustificarne ogni scelta di governo. È, piuttosto, difendere un orizzonte di valori: la dignità della persona, il pluralismo, lo Stato di diritto. In un mondo in cui crescono potenze autoritarie e movimenti che rifiutano la libertà come principio, la sopravvivenza di una democrazia in un’area strategica ha un peso globale.
Se Israele fosse travolto da un ordine teocratico o da un totalitarismo religioso, il segnale sarebbe devastante: direbbe che la democrazia è un lusso fragile, revocabile sotto pressione. Difendere Israele, allora, significa difendere l’idea stessa che la libertà possa resistere anche in contesti ostili.
Le parole di Manuel Valls vanno lette così: non come un atto di fede politica, ma come un avvertimento. Quando cade un argine, l’onda non si ferma al confine. E oggi quell’argine, nel Medio Oriente, si chiama Israele.
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