Nelle carte che emergono a margine del caso Jeffrey Epstein compaiono spesso nomi che, letti fuori contesto, sembrano usciti da un romanzo simbolista: ordini, fondazioni, gala, premi. Tra questi, l’Order of the Golden Sphinx, l’Ordine della Sfinge d’Oro, Club del Budino Veloce – L’Istituto del Budino Veloce del 1770 Un nome che evoca mistero, conoscenza antica, iniziazione. E che proprio per questo, oggi, suscita sospetto.
Eppure, la realtà è meno esoterica e più inquietante.
L’Ordine della Sfinge d’Oro non era una setta segreta né una confraternita occulta. Era – ed è – una struttura onorifica e filantropica legata al mondo accademico d’élite statunitense, a istituti prestigiosi, a reti di ex studenti, donatori e benefattori. Un “ordine” nel senso anglosassone del termine: un circolo di riconoscimento, un marchio di rispettabilità, un luogo dove il denaro incontra il prestigio culturale.
La sfinge, simbolo antico della conoscenza e dell’enigma, è qui ridotta a emblema elegante: sapienza, tradizione, continuità. Nulla di occulto. Tutto perfettamente legale.
Ed è proprio questo il punto.
Le email che citano Epstein parlano di donazioni, di assegni, di ringraziamenti formali, di gala benefici. Linguaggio amministrativo, cordiale, quasi banale. In apparenza, il normale funzionamento della filantropia moderna. Ma lette oggi, con ciò che sappiamo, quelle righe assumono un peso diverso. Non perché rivelino complotti nascosti, bensì perché mostrano come il sistema abbia funzionato.
Epstein non era un corpo estraneo. Non agiva ai margini. Era integrato. Donava, veniva ringraziato, invitato, celebrato. Il suo nome circolava in contesti dove la parola “bene” – beneficenza, benessere, bene comune – era data per scontata. La filantropia diventava così una moneta simbolica, capace di acquistare accesso, silenzio, legittimazione.
L’Ordine della Sfinge d’Oro, in questo senso, non è il problema. È lo specchio.
Il vero nodo non è l’esistenza di ordini onorifici o fondazioni culturali, ma la confusione morale che si crea quando il prestigio sostituisce il giudizio etico. Quando il gesto di donare cancella la domanda su chi dona. Quando il denaro, travestito da virtù, diventa una forma di immunità.
La storia di Epstein ci costringe a guardare in faccia una verità scomoda: la filantropia, senza discernimento, può diventare una copertura perfetta. Più elegante di una maschera, più efficace di un segreto. Non perché nasconda riti oscuri, ma perché neutralizza il sospetto attraverso il linguaggio del bene.
In questo senso, la “sfinge” non è un simbolo esoterico, ma morale. Ci pone una domanda, come nell’antico mito: chi è davvero colui che chiede di essere onorato? E noi, come società, siamo ancora capaci di rispondere, o preferiamo voltare lo sguardo quando il prezzo del silenzio è troppo conveniente?
Il caso Epstein non chiede nuove teorie, ma una vigilanza più radicale. Non contro società segrete immaginarie, ma contro un sistema che ha confuso la rispettabilità con la bontà, e il successo con la verità.
Ed è questa, forse, l’enigmatica lezione della Sfinge.
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